venerdì 8 luglio 2022

Aeromodellismo: perché è educativo

Se mi fosse dato il compito di seguire fin dall’inizio un pilota neofito (sia esso ragazzino o adulto), la prima cosa che gli direi è: «Guarda bene il tuo modello nuovo di zecca, così lucido nelle finiture, così sinuoso in ogni sua parte. Guardalo bene perché a breve non sarà più così. Avrà ammaccature, graffi, pezzi rabberciati e la colla sarà la tua migliore amica. Sì, perché è inevitabile, e tremendamente scontato, che qualche incidente capiterà. Più o meno grave. Ma capiterà».

Ora, non sono certo il tipo che vuole scoraggiare fin da subito, quasi con uno spirito sadico. Anzi. Ma dire subito le cose come stanno, è anche questo un modo per far capire a tutti che... abbiamo a che fare con un hobby che necessariamente richiede un sacrificio - quasi fosse una divinità d’altri tempi. E ad essere sacrificato è proprio il modello: si capirà in fretta che forze quasi “oscure” lo tireranno giù di botto, lo faranno smusare a terra, ne devieranno la traiettoria di decollo verso l’immancabile campo di granoturco, avvicineranno magicamente i rami degli alberi ma soprattutto renderanno la forza di gravità quasi feroce. Che poi “oscure” lo potranno essere davvero forse nell’1% dei casi. Nel restante 99% si tratterà perlopiù di imperizia, e raramente di vera e propria “sfiga”. Quindi, anche nella quasi incredibile capacità del nostro modello di guadagnare il cielo (ancora oggi, nonostante la scienza mi spieghi il perché può farlo, mi resta un alone di fascino), alla fine non c’è nulla di misterioso: se cadi è quasi sempre colpa tua. Si rompe un meccanismo? Anche qui è probabilmente colpa tua, perché hai lesinato sulla qualità o non hai controllato bene prima di decollare. Te l’ha tirato giù una folata di vento? Ok. Ma perché volavi così basso? Ricorda che quota è vita, cioè finché stai in alto, puoi cercare di rimediare. E così via. Dunque, caro neofita, te la senti di continuare? Spero, per te, di sì.

Fattore educativo 1: la determinazione

Sono profondamente convinto che l’aeromodellismo possa essere molto educativo. Ad ogni età. In primo luogo giova alla determinazione. Alla luce della mia introduzione, è chiaro come solo una persona determinata possa decidere di proseguire e non lasciare il suo modello sonnecchiare - intonso - in garage. Ma, attenzione, si tratta di un livello di determinazione piuttosto mediocre. Ben diversa è ad esempio quella necessaria a iniziare e concludere un ciclo universitario; a restare legati ad un posto di lavoro; a smettere di fumare; a non smettere di sognare...
C’è chi magari, posto di fronte alla sola prospettiva dell’incidente (crash), decide di mollare. Altri invece possono accettare questo sacrificio imposto dalla divinità, ma solo a parole, e di fronte alla prima caduta, ricoverano tutta l’attrezzatura in soffitta. Altri ancora, infine, possono reagire con vari gradi di dolore (dal “ma porca miseria, va beh...” al “e ora che faccio?”) ma comunque, armati di colla, speranza e un pizzico di inventiva, rimettono le cose a posto e ripartono.
Ripartire... parola magica, coraggiosa, fiera. Ripartire significa mettere da parte la paura, e rimettersi in pista. Significa affrontare demoni più o meno brutti e cattivi, e dire loro: “Scansati, io ci riprovo”. Significa sentire le gambe tremare, le mani sudare, vedere il tuo modello come una colomba in mezzo a chissà quali falchi pronti a farla fuori. Ed ecco il secondo aspetto educativo.


Fattore educativo 2: la resilienza

Con resilienza si intende - per farla breve - la capacità di reagire in modo ottimale a stimoli negativi. Ripartire dopo un crash è ad esempio sintomo di resilienza. Ma... accidenti se insegna!
Qualunque cosa accada, dal brutto voto a scuola, alla fine di un amore, al lutto per un familiare o l’animale del cuore, ripartire significa (scusate l’espressione) “tirare fuori le palle”. Che poi lo si faccia strisciando tra pozze di lacrime e vomito d’anima, oppure con la faccia tosta incarnata ad esempio da Tom Cruise in “Top Gun”, poco importa. L’importante è alzarsi... in questo caso in volo.
Se riuscirò a farlo al campo, allora potrò farlo anche a casa, sul lavoro ecc. E viceversa: se sono in grado di farlo in casa, sul lavoro, perché non posso farlo anche in pista?


Fattore educativo 3: la socialità

I primi crash ti insegnano che avere degli amici modellisti è come trovare acqua nel deserto. A meno che tu non sia un bricoman con i fiocchi, ci sarà sempre l’amico che sa come muovere le mani, e da un catorcio spesso riesce a tirare fuori un modello ancora volante. Dunque coltivare rapporti di amicizia - sincera, però, non opportunista - è cosa “buona e giusta”. Anche in questo caso l’aeromodellismo può essere uno stimolo alla socialità. Ma attenzione: qui stiamo “giocando tutti”, cioè siamo posti per qualche ora in un universo parallelo dove non ci sono le regole dell’arena del mondo, semmai gentlemen’s agreements, ovvero regole diverse, più amichevoli, quasi più sincere. Quindi non fare l’errore madornale di “fare lo splendido” offrendo falsa amicizia legata solo al tuo tornaconto. “Beccarti” sarà facile... e inesorabili saranno le conseguenze.

Fattore educativo 4: la manualità

Ho appena detto che non tutti siamo bricomen. Tuttavia la necessità e l’ingegno, ti faranno presto capire che ad esempio uno stuzzicadenti non serve solo per pulirsi i denti... ma anche ad esempio per fissare una parte di ala; che il phon può raddrizzare un pezzo di fusoliera in polistirolo; che nell’acqua bollente puoi non solo metterci la pasta, ma anche un pezzo di aereo (per pochi istanti, però) al fine di ridargli vita.
Tutto questo, ovviamente, parlando di aerei perlopiù RTF (ready to fly) cioè da assemblare in poco tempo e far volare. Se invece vogliamo accennare a quello che per decenni è stato l’aeromodellismo, basato su autocostruzioni quasi da esperto artigiano, allora risulta ancora più evidente come questo hobby possa insegnare una manualità sopraffina. Ma non solo. Può allenare la pazienza, la precisione, la determinazione per finire il progetto ecc.


Fattore educativo 5: l’umiltà

Ahi... che parola piena di polvere e muffa, tanto poco viene tirata fuori dal vocabolario! Comunque... Appare quasi scontato che - secondo quanto detto prima - di fronte ad una divinità l’atteggiamento giusto sia quello di essere umili. Quindi anche di fronte al Dio Crash ogni atteggiamento spavaldo rischia di essere punito severamente. Ad esempio: non mi metto a fare un 8 cubano se appena appena so decollare col mio modello. Aspetto, con calma e pazienza di essere più bravo. Umiltà significa dunque non correre, fare un passo alla volta, ma anche avere il coraggio di tornare all’ABC del volo se per caso scopro di avere delle lacune o  proprio dei limiti.
Umiltà è anche saper ascoltare i suggerimenti dei modellisti anziani (di esperienza, non necessariamente d’età) che quasi sempre sono volti ad una maggiore sicurezza,  oltre che ad un piacere di volo più responsabile. Ma anche qui, prima occorre mettere in moto la socialità di cui sopra...
Umiltà significa infine accontentarsi di un modello basilare, magari non stupendo, ma utile per farti imparare i rudimenti. Per modelli super ci sarà tempo... e denaro.


Conclusioni: chi ha orecchie, occhi e cuore impara

Dunque l’aeromodellismo può essere un hobby educativo? Certamente sì. Ma come ogni cosa occorre “porsi in ascolto”, ovvero interpretare ogni segnale che può darci e tradurlo in consiglio, insegnamento, ferita da leccare ma poi da mostrare con orgoglio. Significa essere e restare umili di fronte al Dio Crash, ma anche al Dio Vento, alla Dea Gravità ecc. In questo modo si può crescere, a livello di pilota e di persona. Umili... non succubi. Ciò vuol dire affrontare tutto in modo cosciente, ma non strisciante. Perché di fronte alla Dea Paura molti potrebbero soccombere... inutilmente.

  

mercoledì 6 luglio 2022

Aeromodellismo: perché ci piace?

È sempre difficile, se non proprio “arrogante”, tentare di capire le ragioni di una passione. Tanti sono infatti gli elementi in gioco, molti dei quali trovano origine e spiegazione all’interno della psicologia “di massa” ma anche del singolo. Lo stesso vale per l’aeromodellismo. Perché ci appassiona? Quali leve psicologiche ed emotive va a toccare? Da dove nasce questo interesse?

Primi elementi di analisi

Partiamo da un dato di fatto. È un hobby praticato per il 90-95% da uomini. È dunque un interesse prettamente maschile, anche se non mancano delle eccezioni. Ma tali sono e restano. Dunque per qualche ragione resta una prerogativa dei “maschietti”. Quale? Escludiamo subito quella economica. Oggigiorno avvicinarsi a questa pratica sportiva non costa più che iniziare ad esempio a sciare, oppure intraprendere un qualsiasi altro sport che necessiti di supporti fisici per essere praticato (es, il tiro con l’arco, il pattinaggio ecc). Ciò vuol dire che sia uomini che donne possono in teoria iniziare, disponendo di denaro sufficiente almeno per un kit basico: radio e modello economico. Sociale? Direi proprio di no. Dopo che abbiamo donne pugili e combattenti di arti marziali, direi che non c’è ragione per cui il cosiddetto gentil sesso non possa avvicinarsi all’aeromodellismo. Allora culturale? In parte sì, ma solo se facciamo riferimento alla tipologia di educazione ludica (in sostanza: come siamo stati abituati a giocare) ricevuta nell’infanzia. Ritengo dunque che qui vada ricercata non solo la ragione di questa dicotomia sessista (è un hobby perlopiù maschile) ma anche quella del perché piace. 

Femmine e maschi: un modo diverso di giocare

Fatte le dovute e frequenti eccezioni, di norma possiamo dire che prettamente maschile è il gioco di movimento (calcio, guerra simulata, uso in generale del corpo per lo scontro fisico, lo sport di contatto ecc.) mentre femminili sono giochi più statici (bambole, giochi di precisione, sport non di contatto ecc.). Ma non solo: perlopiù maschili sono giochi che di questo movimento diventano espressione simulata: macchinine, trenini, aerei, e così via. Anche se vale per entrambi (maschi e femmine) la tipologia di gioco di ruolo: “Facciamo che io sono il poliziotto e tu il ladro”; ma anche: “Facciamo che io sono una stilista e devo vestire le tue Barbie”. Proprio in questo mix tra gioco di ruolo e gioco di movimento sta proprio la radice della passione aeromodellistica; il tutto lo riassumo nella seguente espressione: l’aeromodellismo è la sublimazione in età più o meno  adulta di un gioco di movimento che è anche, in molti casi, un gioco di ruolo.

Mi spiego meglio...

Fino alla mia generazione (nati entro gli anni ’60-’70) esisteva spesso un passaggio quasi epocale dal gioco puramente statico (es. il modellino di macchina) a quello filoguidato (il modellino era collegato con un cavo alla manopola di controllo che lo faceva muovere tramite motorino elettrico) fino ad arrivare a quello radiocomandato. Il passaggio da uno all’altro era economico (quelli filoguidati e radiocomandati costavano di più), esperienziale (occorreva una manualità più sviluppata) e perfino sociale (chi aveva modelli radiocomandati suscitava ammirazione e finanche invidia nel gruppo dei coetanei). L’ambizione era dunque arrivare al modello radiocomandato: più divertente, difficile, ma soprattutto più realistico. Sì perché il rumore non era quello fatto dalla bocca di chi giocava, ma era quello del motorino che lo muoveva. Ma soprattutto si muoveva senza vincoli di cavi o altro, dunque “sembrava più vero”.  
Da qui a sentirsi piloti, camionisti, militari addetti ai carri armati o ammiragli di navi, il passo era breve. E qui torna il gioco di ruolo: “Facciamo che sono un pilota di auto da corsa”. Ebbene, con una piccola Ferrari radiocomandata posso sentirmi tale in maniera molto più forte che se avessi solo un modellino in metallo da muovere a mano.
Ecco allora che entrano in gioco due fattori fondamentali: il già citato gioco di ruolo ma soprattutto l’imitazione della realtà che si lega al primo a doppio filo. Tornando al nostro esempio: se io voglio sentirmi un pilota della Ferrari, comprerò un modellino radiocomandato che sia il più possibile rappresentativo delle vere auto da corsa, ma anche - se possibile - indosserò il berretto usato dai piloti e magari pure la maglietta con il cavallino rampante. Il tutto per imitare il più possibile la realtà: in miniatura, ovviamente.
Facendo così potrò sentirmi il pilota che magari non potrò (o vorrò) mai essere, riducendo a zero i pericoli che comporta una professione così pericolosa. Darò dunque soddisfazione al mio desiderio, contenendolo tuttavia in parametri tali da non generare in me paura, in quanto non ci sono pericoli per la mia salute e la mia integrità.

Il caso dell’aeromodellismo


L’hobby dell’aeromodellismo - assunto spesso ad una altisonante quanto eccessiva pratica sportiva, ma che di fatto è un gioco e tale resta - racchiude in sé un po’ tutti i concetti appena esposti. Ho detto che è un gioco perché di fatto non posso considerarlo uno sport. È un hobby? Certamente. È una passione? Certamente anche in questo caso. Ma per la precisione è “la sublimazione (...) di un gioco di movimento”. 

Cosa vuol dire?

Vuol dire che è l’espressione più complessa ed economicamente impegnativa proprio di quel giocattolo radiocomandato usato da bambini, che era una forte rappresentazione del gioco di movimento e che identifica soprattutto i maschietti. Parliamoci chiaro: l’aeromodellismo è un hobby per adulti o semi-adulti (ovvero anche teenager). Semplicemente perché impone costi non disponibili in genere dal pargolo e una manualità che spesso si raggiunge solo in età pre-adolescenziale o adolescenziale. Che poi il papà compri il modello al figlio di 8 anni, è una sorta di scappatoia.

Ma analizziamo più da vicino questo hobby. Abbiamo un modello (per semplificare parliamo solo di aereo, non di drone o elicottero) che rappresenta una realtà miniaturizzata - cioè il modello di un aeromobile - e che è in grado di volare (cioè muoversi) senza vincoli fisici (cavi o altro; escludo in questo caso il volo vincolato*). In questo senso parlo di sublimazione, poiché rappresenta la massima espressione (in termini di tecnologia e complessità) proprio del radiocomando giocattolo tanto agognato da piccoli. Resta insomma un giocattolo, ma per adulti oppure per ragazzini con padri economicamente compiacenti e disponibili.
In questo senso è facile capire perché l’aeromodellismo sia prerogativa soprattutto maschile: semplicemente perché prosegue quel filone di gioco di movimento che caratterizza in genere l’attività ludica dei maschietti rispetto alle femminucce.
Non solo. L’aeromodellismo interpreta perfettamente anche il gioco di ruolo. Alzi la mano chi, facendo muovere il suo modello - soprattutto se riprende più o meno fedelmente le fattezze di un aereo esistito o esistente - non ha mai provato per un attimo la sensazione di essere un pilota... Credo nessuno.  Ma è chiaro! Questo hobby ha in questo senso tanti vantaggi: non mette a rischio la nostra integrità fisica (a cadere è eventualmente il modello, ma io non sono a bordo); ci permette di stare con i piedi letteralmente per terra (quindi posso anche avere timore di volare, ma tanto... non vado in aria!); non prevede il lungo periodo di addestramento e i costi in termini di denaro che prendere il brevetto da pilota comporta.
Insomma la frase “Facciamo finta che io sia un pilota” sembra quasi risuonare in ogni angolo di un campo volo per aeromodelli. Ecco allora spiegata per intero l’espressione:  l’aeromodellismo è la sublimazione in età più o meno  adulta di un gioco di movimento che è anche, in molti casi, un gioco di ruolo.

Attenzione, però. L’identificazione nel ruolo di “pilota” ha tante sfaccettature. Vediamone qualcuna:

-) Non potrò mai essere un pilota vero, ma mi sento di esserlo attraverso il mio modello. 
-) Vorrei essere un pilota “vero” ma per X ragioni non posso diventarlo. Mi “consolo” facendo volare gli aeromodelli. 
-) Sono un pilota civile/militare ma ugualmente mi piace far volare gli aeromodelli. Questi ultimi non soddisfano dunque la mia aspirazione a diventare pilota (lo sono già) ma unicamente il lato ludico di questo hobby.

Allora, perché piace? 

    Eccoci arrivati a rispondere alla domanda di partenza: perché piace l’aeromodellismo? Il tutto - ormai è chiaro - a mio parere nasce dalle dinamiche di gioco in età molto tenera. Fa leva su meccanismi ben noti (il piacere del gioco di movimento e di ruolo) e permette di dare sfogo a fantasie spesso fanciullesche (“voglio diventare un pilota di aerei”) attraverso scorciatoie più semplici, economiche e meno pericolose.

A tutto questo credo però che vadano aggiunti altri fattori che riassumo qui di seguito:

  Fattore estetico - Nella maggior parte dei casi l’aeromodellista ama gli aerei. Li trova belli, affascinanti. Il fatto di vedere tale bellezza prendere vita in volo, è un piacere supplementare. Ricordo ad esempio il primo volo del mio modello-scuola. Bello a terra, era meraviglioso in aria!

Fattore emozionale -
L’idea di potere e sapere gestire un oggetto in movimento in un ambiente (l’aria) che certo non è propriamente il nostro, ci può dare una soddisfazione grande. È un po’ come superare i propri limiti “naturali”, come ad esempio immergersi in mare (altro ambiente non tipicamente umano).

Chi è allora l’aeromodellista? Un bambino mai cresciuto? Affatto! È un bambino cresciuto, nel senso che ha maturato e “portato a compimento” un ciclo ludico che è partito dall’aeroplanino a frizione di plastica e si conclude magari con un modello a turbina da svariate migliaia di euro. Cambia l’oggetto ma non lo spirito. E questo lo trovo meraviglioso! 

 * Nel volo vincolato non c'è bisogno della radio in quanto il modello è governato da cavi tenuti in mano dal pilota. Tuttavia rappresenta una sorta di aeromodellismo primigenio, sorpassato dal volo "libero", con la radio e senza cavo

Nota: sono graditi eventuali commenti a questo articolo. Li potete postare direttamente alla mia mail:
stefano.nicelli@gmail.com





sabato 25 giugno 2022

Il luogo più vicino dove restare

Oggi la malinconia è il luogo più vicino dove restare. È quanto ho pensato ieri pomeriggio mentre, accucciato a terra col mio cane, ascoltavo la pioggia cadere dalla finestra aperta e gli spruzzi bagnare il viso. E... sì, sono scivolato lentamente nel luogo più vicino; in fondo il più accogliente.

Sono avvezzo alla morte. Purtroppo. Diciamo che non mi ha fatto mancare nulla. Eppure... eppure  c’è un piccolo - sciocco - pensiero che anni fa tradussi nei primi versi di una poesia: “torneranno ancora i nostri morti”. E così quasi mi aspetto d’improvviso, di vedere sollevarsi dalla stradina verso il campo un nugolo di polvere e sbucare il muso della C3 azzurra, la macchina di Elio. E poco dopo sentire ancora una volta: “Stefano hai preparato il caffè?”. “Sì chef...” mi verrebbe da rispondere ora, per allinearmi ai format televisivi in auge. Sì chef... perché ancora oggi invio mail al tuo indirizzo così come non ho tolto il contatto dalla lista di WhatsApp, Facebook ecc.  Perché, chef, forse un giorno tornerai, assieme a mamma, Gino, i cani, ma anche a persone che hanno fatto un pezzo di strada con me e in qualche modo sono stati anche loro maestri, ma di cinofilia, giornalismo, vita: Enrico, Paolo...

Purtroppo so che di molti per cui oggi provo affetto, ci sarà un domani una caratteristica, un frammento, fosse pure un caffè da ricordare. La briosità di uno, la negazione per la tecnologia dell’altro, e così via, quasi che anni di frequentazione potessero ridursi ad una pillola di vissuto.
Sì chef... l’ho preparato il caffè. Di quelli però da bere in tazza, sorretta da entrambe le mani, perché il tepore le scaldi, così come il cuore in una giornata di pioggia seppur agognata.

Oggi la malinconia è il luogo più vicino dove restare. La gioia sta poco più in là. La paura, a fianco.  Ne uscirò da quella stanza, prenderò le chiavi di casa ed uscirò, sollevando anch’io la polvere tra i campi. Perché oggi è un altro giorno. Perché ho imparato presto che bisogna andare avanti. Comunque. E rispondere al Grande Chef... lassù: sì... l’ho preparato il caffè.  

(Nella foto: la stradina sterrata che porta al campo)

sabato 11 giugno 2022

Ciao, maestro...

Elio Corongiu  

Sabato 4 giugno 2022 - h. 6,30 - Questa mattina, all’alba, ho voluto scrivere a Elio. Finché era ancora in vita, seppur sedato e probabilmente incosciente. L’ho voluto fare di corsa, perché non avevo tempo. Non sapevo quando se ne sarebbe andato, e l’importante è che in qualche modo la sua anima abbia potuto recepirla. E avevo ragione. Poche ore dopo ci ha lasciato. Ecco la lettera. È il mio saluto, il mio ringraziamento, il mio dolore.

Ti scrivo mentre ancora ci sei. Anche se lontano, in un mondo sonnifero che ti tiene ancora qui con noi. E lo faccio di proposito, perché spero che in qualche modo le mie parole ti arrivino, finanche in un colloquio sottile tra anime.

Elio, amico, maestro di volo... Elio dal viso consumato come una pietra  della tua Sardegna e il carattere a volte ruvido come un foglio di pane carasau. Eppure pronto come una chioccia a raccogliere sotto la tua ala nuovi aquilotti, innamorati dell’aria. A dare loro consigli, istruzioni, coraggio e bacchettate. Perché il cielo spesso non perdona agli sciocchi la loro stupida arroganza, e i modelli... sì i modelli “hanno sempre ragione loro”, come hai ripetuto fino alla fine.
Nove anni fa, quando con timore e timidezza entrai nel “tuo Gruppo”, diventasti subito il “mio” maestro. La guida, il mentore, colui a cui affidare nuovi modelli da collaudare, la persona a cui chiedere incessantemente di parlarmi dei segreti del volo, del fascino del volo. E ho sempre “bevuto” le tue parole, anche a bordo campo, sapendo che da te avrei imparato. Ed ora che questo è diventato il “mio” Gruppo, ho sempre guardato a te come un saggio depositario di una storia lunga cinquant’anni. Un saggio dal quale a volte dissentire, in una dialettica intelligente e viva.
Non ho tempo. Non hai tempo. Ed allora vorrei che queste mie parole avessero “montato” un motore velocissimo, non certo quello del mio modello preferito.  E che l’aria fosse tersa e leggera. Invece ho il vento a sfavore, e lo sai quanto odi questa condizione. Oggi c’è vento forte e freddo che mi spira nell’anima. Un vento capace di sollevare la pelle a vecchie cicatrici. Mannaggia... la storia si ripete, fosse anche a 40 anni esatti. Sì, era il 1982 quando... ma non importa. Adesso no.

Impotenti come modelli spezzati, ti guardiamo avvicinare la pista, per un ultimo decollo. E lo facciamo con rispetto, in silenzio, come quando prendevi il volo con le tue bestiolone volanti, ruggenti in armonia col motore, irriverenti e gagliarde come poche.
Oggi ci sediamo a bordo pista. Ordinati. Disciplinati. Increduli. Sgomenti. Feriti. Sì, perché in fondo ti convinci sempre che certe persone siano immortali. Che la morte possa solo fargli il solletico al naso e poi salutarle con un marameo irriverente. Invece oggi guardiamo noi il tuo volo. E non ti diremo certo di “stare più a Est” o di “virare più in qua”. Vola come vuoi, maestro. Ora vola come vuoi, fregandotene di regole e sicurezza. Non so se il vento sarà per te buono o no. Ma mi hai insegnato che si vola comunque.

E allora buon volo, amico. Però, ti prego, fammi imparare qualcosa anche ora. Perché il domani sarà lunghissimo. Perché domani ti cercherò tra gli alberi del campo, in cerca dell’ennesimo consiglio. E di un sorriso rugoso.

giovedì 14 aprile 2022

Crash comune... mezzo gaudio

La pagina S.A.D. su Facebook
Chiunque pratichi, o abbia praticato l’aeromodellismo dinamico, sa per certo che il crash, ovvero la caduta del modello  con conseguenze più o meno gravi, è quasi uno scotto inevitabile da pagare per chi ami questo hobby. In buona sostanza: non c’è aeromodellista (o, ancor più elimodellista, in quanto l’elicottero è più complesso da pilotare), che non abbia subito lo shock di una caduta. Che poi ci siano differenti modi di affrontare questi incidenti, è un altro discorso: c’è chi si abbatte a tal punto da interrompere subito il suo percorso; e, dalla parte opposta, chi lo mette in conto e - a parte un rammarico iniziale più o meno accentuato - ci passa sopra con leggerezza: se il modello si può aggiustare bene, altrimenti se ne comprerà un altro. In mezzo c’è però  tutta una popolazione di modellisti che accusa il colpo, e "se ne lagna" con più o meno dramma.

I crash, poi, diventano spesso motivo di discussione all’interno della “tribù dei piloti RC”: vuoi per cercare le ragioni del misfatto (si è trattato di noie meccaniche? Di un errore di pilotaggio? Un qualcosa di elettronico?), vuoi per trovare nel gruppo di uditori un certo sollievo nel pensare che: si sa che capita a tutti; che in fondo è meglio che sia il modello a distruggersi piuttosto che il pilota a ferirsi; e che - cosa non trascurabile - come dice sempre un anziano pilota di mia conoscenza, “i modelli nascono già morti”, ovvero prima o poi tutti vengono sfasciati. I più fortunati “dopo”; i meno fortunati “prima”.

Questa sorta di “elaborazione del lutto collettiva” trova proprio nel gruppo di pari, cioè dei soci/amici modellisti presso il campo volo, il terreno ideale dove poter versare lacrime e imprecazioni, o anche per sorridere dell’azzardo messo in atto e che ha portato a un crash tanto rovinoso quanto colpevole. Questo budoir (salottino) moderno dedicato non più a signore di alto lignaggio ma a piloti di ogni genere ed estrazione sociale, non poteva non trovare un suo alter ego anche on line. Ed ecco che su Facebook scopro per caso un gruppo denominato S.A.D. Society of Aircraft Demolishers (Società di demolitori di aeromodelli). Ne fanno parte oltre 14mila membri; insomma, non abbiamo a che fare con un gruppetto di sfortunati lamentosi, ma con un vero esercito di demolitori involontari. Curioso e significativo poi l’acronimo del gruppo. Sad, infatti, in inglese significa “triste”.

Ora, c’è da capire perché oltre 14mila persone decidono di iscriversi in un gruppo dove poter lamentare (ma spesso lo fanno col sorriso sulla faccia) i propri insuccessi. E c’è da dire che i post sono assolutamente aggiornati e frequenti. Cioè, il gruppo funziona e non c'è giorno in cui non siano pubblicati foto di cadaveri di aerei, pezzi di motore e ali sparsi sul terreno, se non proprio video di cadute spesso rovinose. Ma come... proprio su un social dove si tende invece a dare di sé un’immagine vincente?   

Il fenomeno si può comprendere solo pensando al fatto che la comunità dolente che il più delle volte al campo volo raccoglie e condivide il dolore di un crash, ora - per evidenti ragioni di modernità - semplicemente diventa anche on line. In questo modo chiunque nel mondo può trovare una spalla su cui piangere o un voce pietosa da cui sentirsi dire che "sì, il  modello non è ferito in modo poi così grave e si può salvare". Anzi, queste spalle aumentano a dismisura proprio per accogliere un numero esponenziale di piloti luttuosi. Il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio” trova dunque qui la sua attuazione più evidente. Nel confrontarmi con altri piloti in lutto per il modello sfasciato, trovo consolazione, ma anche un cinico pizzico di malignità che mi fa dire: “Beh... è capitato anche a te. Mi consolo...”.

E poi c’è un ulteriore vantaggio. On line, con un semplice post, io posso fare  “il duro” e far finta che la caduta del modello non abbia scalfito né il mio orgoglio di maschio volante, né la mia autostima; mentre invece, a casa, a PC o smartphone spento, piango come un bambino a cui è saltata la ruota della sua macchina preferita. Vantaggio di Internet. Almeno questo sì... glielo dobbiamo riconoscere.


Trovi il gruppo Facebook S.A.D. a questo link


lunedì 21 marzo 2022

Frammenti di pensieri

Passano gli anni, le stagioni, i pensieri. Le riparazioni sono evidenti così come l'usura di venti non sempre benevoli. Darko invecchia con me; e insieme ci identifichiamo nell'arsura del tempo. Ma il piacere di volare, così come quel misto di paura e coraggio, di sfida e di crescita, lo devo a questa bestiola volante che ancora ha voglia di seguirmi.

martedì 8 marzo 2022

Un atto d'amore

«Credo che praticare l'aeromodellismo possa essere paragonato ad un atto d'amore. Puoi decidere di fare - metaforicamente - solo sesso (ovvero usare il gruppo che ti accoglie quasi unicamente per i tuoi minuti di volo) e certo anche questo può dare comunque soddisfazione. Oppure puoi scegliere di iniziare una storia d'amore, dove affetto, amicizia, condivisione, aiuto reciproco, cure e attenzioni rivolte a tutto il gruppo fanno da corollario al semplice “atto sessuale”, che pur rimane. 
Sta dunque ad ognuno decidere se accontentarsi del “sesso”, perlopiù a pagamento (perché una quota campo ti viene comunque richiesta), oppure lavorare per una “storia d'amore” che può darti molto altro di più. Certo, richiede più impegno, costanza e fatica. Ma il più delle volte ne vale la pena...». 

martedì 1 marzo 2022

Come una stazione ferroviaria

In fondo il campo volo è come una stazione ferroviaria. In uno spazio senza vita propria, come può essere un binario o una lingua d'erba nel nulla, si intrecciano storie perlopiù invisibili, vissute nell'intimo di un volo personale nell'aria, ma anche nella testa. E queste storie non lasciano traccia e ancora meno si traducono in voce: semmai vengono assorbite dalla terra battuta così come dalla massicciata ferroviaria. Nascono, crescono e muoiono senza far rumore. Gioia, paura, euforia, coraggio, ansia, ma anche sfide personali e riscatti allora si animano come fantasmi del bosco. Per poi svanire quando giunge l'ora, e si torna a casa. Là, dove magari ciò che sta dietro a queste storie ha avuto  origine o avrà termine.

(Foto: GLCPHOTO - Pixabay)

venerdì 18 febbraio 2022

Venduta la copia n. 200!

Ci tenevo e in un certo senso è stato un regalo per il mio compleanno del 31 dicembre scorso. Proprio in quel giorno è stata venduta la copia n. 200 su Amazon dei miei libri dedicati all'aeromodellismo. Per la precisione il 73% delle vendite è stato ottenuto da Voglia di volo; il 13% (all'estero) da Let my Fly (versione inglese di Voglia di volo) e il 14% da Fame d'aria. Grazie davvero di cuore a tutti i lettori, anche se non potrò mai dirglielo singolarmente....

Ricordo che tutti questi titoli sono disponibili sulla piattaforma Amazon. Per trovarli digitare sul motore interno di ricerca il titolo oppure semplicemente "Stefano Nicelli".

sabato 18 settembre 2021

«IO TI AVRÒ» - Ecco perché abbiamo tanti modelli in casa

Provate a chiedere a chiunque pratichi aeromodellismo (ma lo stesso credo che accada anche a chi è appassionato di barche o macchine radiocomandate) quanti modelli ha in casa. Quasi certamente ognuno dirà che ne ha più di uno, passando da un numero indefinito ma comunque compreso - diciamo - entro i dieci, fino ad arrivare ad oltre il centinaio. E quasi ognuno di loro dirà che il freno ai loro acquisti è dapprima dettato dallo spazio disponibile (“Non so più dove metterli!”), poi da eventuali ostacoli familiari (“Mia moglie mi caccerà di casa se compro un altro modello!”) e solo secondariamente da questioni economiche. Perché sì, i modelli costano: diciamo da circa 200 euro a qualche migliaio.
Curiosamente, poi, capita spesso che molti di questi modelli non vengano nemmeno usati. È il caso di Corrado (nome di fantasia, ndr). In casa dichiara di avere circa 150 modelli tra aerei, barche, macchine e moto radiocomandate. Ma alla domanda: “Ma sei in grado di usarli tutti?” la risposta è “No”. E quando gli chiedo quand’è che è stata l’ultima volta che è venuto a volare al campo, mi risponde: “Mesi fa”, con una media di forse una/due volte l’anno.

È dunque evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno quantomeno strano. E quando ho commentato questo fatto con un collega di volo, la risposta è stata: “Beh... c’è anche chi ama il collezionismo...”. Tuttavia no, non sono d’accordo. E vediamo perché.

Proprietà del collezionista (riduco il tutto ad un discorso semplicistico) è quella di raccogliere in maniera perlopiù mirata e razionale, la maggior parte di “oggetti” (chiamiamoli genericamente così) legati da una o più caratteristiche che li accomuni. Ad esempio: i dischi dei Beatles usciti in ogni paese del mondo; gli orologi Cartier; ma anche i fumetti di Tex; qualcuno poi colleziona autografi dei vip, ecc.   Il lavoro del collezionista è dunque preciso (cerco quel disco, quel numero di fumetto, quella edizione del libro ecc.) e ha poco a che fare con una sorta di bulimia dell’acquisto. Cioè difficilmente lo vedremo nelle bancarelle comprare chili di libri, seppur legati al suo oggetto di interesse. Semmai lo vedremo nella libreria antiquaria cercare quel libro, di quell’anno, di quell’editore ecc.

Dalla parte opposta troviamo invece quello che definirei un accumulatore seriale, spinto da una bulimia d’acquisto che dunque riempie la casa, godendo del suo nuovo acquisto solo per il breve lasso di tempo necessario alla transazione economica, l’arrivo a casa e l’eventuale stoccaggio dell’oggetto. Il piacere, dunque, è momentaneo e non nasce dall’uso frequente, semmai dal possedere, raggiungendo i picchi all’atto dell’acquisto (o dell’attesa del corriere che lo consegnerà) anche se conditi spesso da sensi di colpa: “Accidenti quanto ho speso! Devo trattenermi se no...”. Ed ecco che scatta la spirale a cui ho accennato prima: non si dice “se no non so come pagare le bollette”, piuttosto “se no mia moglie mi ammazza”, “se no mi sbattono fuori di casa” e così via. C’è dunque una deviazione del senso di colpa, scaricato non su di sé ma sull’altro. È come dire: io riconosco di aver esagerato solo alla luce del possibile rimbrotto altrui. Diversamente, se il soggetto vivesse da solo, probabilmente non proverebbe nemmeno un velato senso di colpa. O quantomeno durerebbe pochissimo, subito "perdonato" da se stesso.

Tra gli opposti estremi del collezionista e dell’accumulatore seriale, c’è poi una vasta schiera di modellisti che hanno un numero di modelli meno eclatante ma che, soprattutto, li usano almeno nel 60/70% dei casi. E alla domanda  legittima di chi è esterno a questo mondo - “Ma non ve ne basta uno, due?” - la risposta può essere semplice: “Quante magliette/scarpe/T-shirt hai nell’armadio? Non te ne basta la metà?”. Sì, perché il modello può essere paragonato ad un abito: ha caratteristiche (non solo estetiche) che lo rendono unico e pertanto ha un ruolo preciso in una ipotetica scala di gradimento di chi lo possiede. Oggi mi va di usare il modello X, domani l’Y, perché... ho voglia di un modello più veloce, ho voglia di vedere una “riproduzione”[1]  solcare il cielo, e così via.

Una cosa interessante da sottolineare è poi il fatto che spesso non c’è correlazione diretta tra disponibilità finanziaria e impulso all’acquisto. Certo, chi ha più soldi potrà spendere a cuore più leggero, ma anche chi non naviga nell’oro certamente troverà il modo di riempire la casa di modelli, seppur in misura ridotta. Magari comprando di seconda mano o a rate.

In conclusione: gli “anziani” dicono spesso che il
modellismo è una malattia. Questa può essere una “meravigliosa malattia” in quanto credo fermamente che offra stimoli e imponga un’educazione di alto livello a chiunque lo pratichi con serietà e costanza (ad esempio aiuta a superare i propri limiti, ci impone umiltà, pazienza, socialità con gli altri soci del campo, stimola la manualità, ci fa vivere ore all’aria aperta ecc.) ma dall’altro può scatenare sindromi talvolta perverse che ci fanno accumulare senza goderne, favorendo un consumismo istantaneo che - come detto - scatena il piacere solo all’atto dell’acquisto. D’altra parte non dicono forse i saggi che il piacere sta proprio nel desiderio?



[1] Si chiamano così quei modelli che riproducono fedelmente aerei (o barche, macchine, elicotteri ecc.) realmente esistenti o esistiti

lunedì 21 giugno 2021

L'inchino del vento

Chi legge queste pagine, sa bene che - se voglio volare - io non amo il vento, in quanto rappresenta una ulteriore fonte di rischio a cui volentieri faccio a meno. Avendo un modello leggero, infatti, rischio di venire sollevato e sbatacchiato come la tenda di una finestra aperta. Tant’è. Quest’anno in particolare, però, pare che non ci sia giorno al campo senza la sua consueta dose di vento.

Una volta raggiunto, il più delle volte mi capita di passare decine di minuti in “piccionaia” con l’occhio fisso alla manica a vento, in attesa che si disponga lungo una traiettoria ottimale, o che comunque segni che il vento è in calo. Un tempo certamente avrei evitato tanti voli che ora invece faccio, nonostante le folate insidiose. Se però l’aria è troppa, no. Allora mi fermo. Aspetto.

Una cosa curiosa che almeno due o tre volte è successa è però questa: d’un tratto il vento cessa; la manica a vento diventa una matita verticale. Ed io, che sono già in “agguato”, decollo immediatamente per non perdere quell’insolita pausa. Durante i circa 5 minuti di volo tengo sempre all’erta occhi e pelle per capire se per caso il vento è ripreso. Ma nulla... “Forse ce la faccio”, mi ripeto. E infatti atterro senza vento e dunque senza patemi d’animo. Raggiungo il modello, percorro quei 30 metri che mi separano dalla piccionaia e... ed ecco che il vento riprende. Prima una folata. Poi due, tre. Infine diventa teso e costante.


So che non è vero, ma mi piace pensare che quella pausa sia stata un omaggio di Eolo ai miei limiti. Una sorta di inchino a Darko e il suo pilota. Un inchino del vento, a cui altri arditi, ora, stanno lanciando la sfida rullando sulla pista...