venerdì 18 dicembre 2020

Un numero col quale fare i conti

Giovedì 17 dicembre. In piena emergenza Coronavirus anche a noi aeromodellisti è stata concessa una tregua: pochi giorni di Regione in “zona gialla”; ciò vuol dire potersi spostare tra Comuni. Che per noi significa una sola cosa: poter raggiungere il campo per altri voli.

Oggi è una tipica giornata invernale: il cielo è coperto, c’è umidità peggio di una cantina, la temperatura non supera i 9 gradi. Eppure... eccoci qua, in mezzo al bosco, infagottati, con le mani fredde, e i nostri pochi modelli schierati come stoccafissi a fianco della rete di protezione (molti piloti sono invece “stagionali”, ovvero declinano l’invito a volare d’inverno perché il freddo li fa desistere).

Dopo circa un mese di stop forzato, già pochi giorni fa (poche ore dopo il “via libera” governativo) avevo fatto tre voli, ma questa volta con il mio vecchio aereo-scuola. Meno reattivo, e più adatto ad un terreno comunque reso pesante dalla stagione. Ora è invece il turno di Darko, per una sorta di democrazia del volo per cui devi dare una possibilità di librarsi nell’aria a tutto ciò che hai e che può volare. Il tempo non è dei migliori, ma tant’è. Devo fare i conti con il lockdown, con gli impegni pre-natalizi, con la pioggia, il vento, la nebbia ecc. Quindi carico le mie consuete tre batterie e guadagno la pista che sembra immersa nella brughiera inglese dei film in bianco e nero.

Primo volo ok. Le mani sanno ancora pilotare e Darko, salvo qualche colpo di trim per regolare i piani di volo, fila liscio. Anzi, mi sembra più veloce del solito, ma probabilmente si tratta solo di un’illusione data dal tempo passato dall’ultimo decollo. Poi un secondo volo. Il vento mi fa i dispetti: un po’ teso (per altri invece è una semplice brezza) e per giunta trasversale alla pista. Condizioni che un tempo mi avrebbero fatto restare a terra. Ma io me ne frego. Decollo, tra ampie zone umide di pista. Ritrovo così anche le figure che invece il mio aereo-scuola lunedì aveva fatto da bradipo (quali il
tonneau). Ma è ora di scendere. Il vento si sente. Darko si scuote come se volesse eliminare da sé una pulce. Ma per giunta sembra non voler più scendere, dato che punta spesso il muso in aria. No. Non è una questione di cabra, semmai del vento sotto le ali.

“Porca miseria”, mi dico tra me e me (per dirla eufemisticamente; in realtà uso espressioni da far impallidire un marinaio). Accenno alla procedura d’atterraggio. Togli motore, vira, controlla la caduta di quota... e... “mio Dio... sembra quasi stallare”. In pochi decimi di secondo capisco che il crash è dietro l’angolo. E passare un Natale con il modello rotto... no... non è il caso. Per giunta oggi è il 17. Non che creda molto nella scaramanzia, però...
Ridò motore. Darko reagisce come chi si sveglia durante un sonno profondo: cioè riprende quota, ma assonnato e stordito. Viro nuovamente. La batteria sarà ormai al limite. Ho solo questa possibilità. Scendo. Darko barcolla, sembra appeso ad un filo, una lama sottile tra vento e stallo. Poi per grazia di Dio poggia i ruotini a terra e corre tra l’umido della terra fino a fermarsi. 
Lo prendo e raggiungo il mio giovane collega di volo e freddo dicendo in maniera quasi imperturbabile: «Cavolo se lo sente il vento...». Sembro John Wayne che dice: «Ci sono 300 indiani e noi siamo in tre, ma poco importa». In realtà accendo un cero virtuale per l’atterraggio riuscito.

Sento più freddo del solito. Sarà l’età, eppure ci sono “solo” 9 gradi. Ho volato anche con 4 gradi, ma oggi sento la brughiera sotto pelle, nelle ossa.
Ho una terza batteria, che scalpita d’energia. Ma... oggi fa freddo; oggi è il 17; Darko sente il vento. Che fare? Quasi quasi mi accontento. Perché rischiare di passare un Natale col modello rotto? E alla fine decido. Mi fermo. A volte ci vuole coraggio anche a dire “stop”.   
Dopo due ore risalgo in macchina, mentre il mio giovane collega calcola i minuti di luce rimanenti e fa di nuovo il pieno di miscela al suo modello. In questa sorta di bulimia di volo, c’è anche spazio per la misura, per una razionale decisione di dire: “Ok, per oggi è sufficiente”. In fondo, oggi è anche il 17. Non che ci creda, però...

venerdì 6 novembre 2020

Volare al tempo del lockdown

La notizia arriva a sera tanto inattesa quanto gradita: il secondo lockdown, la famigerata chiusura di tutto dovuta al virus Covid 19, è stata posticipata d’un giorno. Dunque vengono regalate ancora 24 ore di libertà. E dire che  io ero già entrato in “modalità rassegnazione”: pochi giorni fa avevo fatto quelli che consideravo gli ultimi voli. Le batterie erano in storage (1). Il  modello sotto il suo sudario di nylon. Invece... Non perdo tempo: decido. Domani pomeriggio volerò ancora. Così non guardo neanche il meteo: carico le batterie e mi predispongo mentalmente ad una proroga della mia voglia di volo. Non sono l’unico. Un amico scrive su Whatsapp: «Domani si vola, anche se piove». E infatti...

Arrivo al campo, ancora una volta col mio fedele Darko. Poche ore prima mi era arrivato un altro messaggio altrettanto gradito: l’erba della pista è stata appena tagliata. Ciò vuol dire che mi troverò di fronte ad un “tavolo da bigliardo verde”. Fantastico e inatteso anche questo. “Altrimenti tra un mese diventa impossibile tagliare”, è la spiegazione ufficiale. Perfetto. Non ci avevo pensato.

Immaginavo di essere in due. Invece mi trovo almeno sei amici. Tutti hanno avuto la stessa idea. Addirittura, però, metà di loro non ha nemmeno il modello con sé. “Volevo semplicemente respirare ancora un po’ d’aria”, commenta uno di loro. E credo sia lo stesso pensiero degli altri. La giornata è splendida anche per il sole che bacia tutti come un amico molto espansivo.

Non perdo tempo, quasi a voler succhiare ogni secondo disponibile. Primo volo: perfetto. La pista tagliata fa scivolare Darko come se fossi un pilota eccezionale. Secondo volo. Perfetto anch’esso. È passata solo un’ora, e io mi sentirei già soddisfatto. Anche perché il sole ha ceduto il posto alle nuvole e all’umidità. Quasi un cambio metaforico oltre che metereologico. Eppure ho una terza e ultima batteria. Di nuovo i fantasmi della mente: “Fermati! Ritieniti già soddisfatto...”. Ma io me ne frego. Decollo, volo e faccio numeri. Bravo Darko! Gli mollo un bacio sulla capottina. Oggi è filato tutto liscio.

Scherzo con un collega. “Mi porto a casa una zolla d’erba da annusare”, dice ridendo.
 Ed io spalanco gli occhi e le narici quasi a voler scattare una fotografia sensoriale di quello che sto per lasciare. Per un mese, forse. È calata l’umidità, sotto un cielo coperto di nubi. Sono passate solo due ore. Fa buio presto. Qualcuno inizia a smontare. Io ricovero tutto in macchina, per evitare i danni di questo clima autunnale, tra foglie color fuoco ed una pista tagliata di fresco.

Restiamo ora in tre. Uno smonta il suo bestione da oltre 15 kg. Io raccolgo le ultime cose. Il terzo si concede un ultimo volo malinconico. È lo stesso collega che avrebbe volato anche sotto la pioggia.

Ed è strano guardare il campo con questi occhi assorbenti. Scatto immagini, con gli occhi. Con il cellulare. Con la pelle. In fondo sarà solo un mese di stop forzato, eppure... cresce la malinconia. La stessa che mi segue in macchina, mentre ripercorro lo sterrato verso la strada. Ma sorrido lo stesso, per quei tre voli regalati e per giunta perfetti.

Arrivederci a presto... coccolerò queste emozioni per giorni interi. Cercando di scaldare la mia voglia di volo.



(1) Funzione di "immagazzinamento" per preservarne la funzionalità

martedì 8 settembre 2020

Io e il mio modello...

Io e il mio modello stiamo crescendo assieme. Ogni tanto mi fermo a guardarlo: le sue cicatrici di colla sono come le mie rughe sul viso: ad ognuna puoi collegarci una difficoltà, una caduta, un “crash” dell’anima; le scoloriture della livrea sono come la mia pelle meno elastica d’un tempo, dove il tempo ha disegnato mosaici di pori in una infinita tessitura di righe; il suo carrello rafforzato da nastro adesivo, dà il segno di tonfi poco gentili, di stalli del cuore, di infide mancanze d’aria e di ritorni repentini alla realtà della pianura.

Io e il mio modello stiamo invecchiando insieme. Per puro calcolo anagrafico, non certo emotivo. E lo vedo, stagliarsi gagliardo nella canicola di quest’estate così strana, rubare spazio agli uccelli in volo, ripetere manovre fatte mille volte eppure diverse ogni volta. E quando scivola nell'aria, penso sempre al ritorno. Un po’ come un tempo saliva l’angoscia del tornare a casa dopo un week-end fuori porta. Il ritorno del quotidiano, la fine dell’eccezione. Anche per lui l’aria è il suo elemento, non certo la terra. È nato per questo. Le ali sono la sua dimensione d’anima. Le ruote del carrello, invece,  solo le gambe necessarie a vivere anche il quotidiano, fatto di lunghe soste, rincorse sull'erba e la sensazione dell’aria che ci scivola sopra quasi giocasse.

Penso al ritorno, sì. E il tempo dell’aria è come quello della gioia: sembra sempre avaro, troppo corto, fatto d’attimi concessi tra lunghe pause dove cammini coi piedi ben per terra.

L’ultima virata la si fa a mezzo motore. A mezzo fiato. Come chi non ha voglia di tornare e allora s’allunga nell'attesa.  Dilata il secondo. Lento scivola, perde quota quasi giocasse a schiantarsi, ma poi lo riprendi, e come un albatro allarga le ali, allunga il carrello e corre nell'erba fino a fermarsi.

La batteria è calda come un cuore che ha corso tanto. Ed io sono il medico che gli stacca l’energia vitale. E gli concede riposo. Dentro i cavi allora la tensione sfuma. Il motore si raffredda. Tutto torna alla normalità dell’attesa.

Io e il mio modello ci fidiamo uno dell’altro. Ciascuno rattoppato alla meno peggio. Ciascuno con i suoi guai. I suoi sogni. I suoi bisogni d’aria. E di un punto, alto, dove poter guardare e vedere una volta tanto tutto serenamente piccolo. Innocuo.

E verrà il giorno in cui anche lui dirà basta: lo farà rompendo un servo, smusando nell'erba, impazzendo in volo. E allora vorrà dire che è arrivato il momento della sosta; e della quiete conquistata in ore d’aria e di caldo. Del poterlo guardare, magari sotto un telo, riposare in pace. Come un amico a cui non dai l'addio. Semmai un arrivederci.

lunedì 3 agosto 2020

Un gesto antico


Fabrizio (nome di fantasia) oggi al campo è teso. Ha un nuovo modello realizzato con la stampante 3D da collaudare. E la giornata non è certo delle migliori: un vento insidioso può mettere a repentaglio la prova.
Fabrizio è un tipo preciso: lo si vede dalla cura dei dettagli dei suoi modelli. Colori, adesivi, pilotini. Tutto rispecchia il più possibile la realtà. Ed è anche un grande costruttore. Magari non finissimo nell'elaborazione, ma di certo proficuo dato il gran numero di modelli che riesce a realizzare, soprattutto ora che sa usare la nuova tecnologia 3D.
Mi mostra il modello. Mi spiega cosa vuol fare, anche se è chiaro. Forse per stemperare il nervoso che comunque resta evidente. Poi d’un tratto lo perdo di vista. Mi giro e lo vedo in ginocchio, con la testa appoggiata al tavolo di cemento che usiamo per posare i modelli e lavorarci sopra. Sta pregando. Una preghiera veloce. Forse 20 secondi o poco più. Quel tanto che basta comunque per affidare il suo collaudo a Dio. Poi si alza. Mi sorride. Prende il modello e guadagna il centro della pista.

Curioso. Ci affidiamo alla tecnologia più avanzata, discutiamo di reti, radio, interferenze, e poi ci affidiamo ad un gesto tanto antico quanto pregare. Pur senza entrare in discussioni sul “credo” di ciascuno, è comunque lecito chiedersi se Dio avesse in quel momento il tempo, la voglia, la disponibilità di benedire quella costruzione di plastica e riportarla a terra sana e salva. Forse ha altro a cui pensare; miliardi di richieste, suppliche, lacrime da asciugare. O forse il tempo ce l’ha davvero. Anche per Fabrizio.

Fabrizio prega, e questo è un atto tanto personale da non ammettere alcuna discussione in merito. Ma Fabrizio ripercorre in questo modo anche una tradizione antica come l’uomo: affidare alla divinità un viaggio, un figlio, una guerra, un raccolto. Un gesto fatto (ovviamente) con la speranza che trovi ascolto. Se tutto andrà bene, ci sarà Qualcuno da ringraziare e un gesto di invocazione da ripetere; se invece le cose andassero storte, beh... forse una brutta parola ci può scappare e magari anche l’idea di essere stati abbandonati da un essere superiore.

Fabrizio prega, tra gigahertz e filetti fluidi che corrono sull'ala, tra ampere e baricentro. E lo fa sicuramente con convinzione. D’altra parte là dove le sue mani, il vento, difetti strutturali, problemi elettronici potranno rendere disastroso il collaudo, ci potrà sempre essere una mano di Dio capace di fare il miracolo. Sempre e comunque. E a questo si affidano Fabrizio e probabilmente anche molti tra noi che - magari non così platealmente - una preghierina la fanno lo stesso. Non si sa mai...

lunedì 20 luglio 2020

Vento di emozioni

Paura e coraggio sono a prima vista due atteggiamenti contrapposti: se hai paura non hai coraggio; se hai coraggio, puoi anche avere paura, ma procedi lo stesso.
Eppure si può anche avere il coraggio di avere paura. Quando ad esempio - come successo ieri - ti trovi al campo con una giornata insolitamente ventosa. Non prevista dalle app meteo che consulti avidamente ogni volta. Allora aspetti, studi ogni movimento della manica a vento, mentre i tuoi amici e colleghi ignorano del tutto le folate che cambiano ad ogni momento e portano in aria modelli che neanche per sogno io farei muovere.
Ti senti un goffo albatros, così, a terra, mentre seduto a sudare segui il correre dell'orologio e del vento che - accidenti - non vuole proprio darsi una calmata. Anzi, è proprio infido: per tre volte sembra calare. Così ti precipiti al tavolo, colleghi la batteria e ti appresti a guadagnare il centro della pista, quando beffardamente un paio di folate ti fanno cedere. Il vento è tornato, e per di più trasversale.
Passa un'ora. Alla fine decidi. "Only the brave". Solo i coraggiosi, anche se per me avere coraggio in questo caso significa l'equivalente di un salto da uno sgabello di 50 centimetri, rispetto ai miei colleghi che - a confronto - si buttano col paracadute.
Così decollo, approfittando di un attimo di calma. E in effetti per cinque minuti il meteo mi dà una tregua. Atterro. Soddisfatto. Ho però un'altra batteria. Sono le 18.00. Fra poco è ora di tornare. Però ho un'altra batteria. Così scruto la manica a vento che ha ripreso a scodinzolare. Vado. Non vado. Decollo. No. Aspetta. Hai già fatto un volo. Per oggi accontentati. Merda... però ho un'altra batteria.
Alle 18.20, dopo un tira e molla continuo tra cuore e ragione, mollo. Depongo Darko in macchina e ritiro tutto. Non sarò un campione, oggi, ma almeno torno a casa tutto intero.

domenica 19 luglio 2020

L'atterraggio

L’atterraggio col tuo modello non è solo un’evidente necessità. È l’atto conclusivo del tuo volo, iniziato con la rincorsa del decollo e proseguito con le tue geometrie nel mare d’aria. E come tale ne è il suggello. Da volatile torni ad essere un animale terrestre; e qui c’è la congiunzione tra aria e terra, il bivio tra bene (ovvero volo riuscito) e male (crash). Manovrare la tua bestiola a 30-50 metri mentre saluta l’aria e vede approssimarsi il terreno, è una manovra delicata. Lo sappiamo. Lui scende, plana, frena; come un’aquila prima mostra in avanti le zampe (carrello) poi posiziona tutto il corpo (fusoliera) fino a zampettare per raggiungere lo stop definitivo.

E quando riesci ad atterrare bene, senza sussulti, ricordando tutto quello che hai imparato e che ti ripeti ad ogni decollo, allora meriti quel “Bravo ragazzo” che ti sussurri, mentre raggiungi la tua bestiola soddisfatta.

Parlano di me


Rivista "Modellismo", Luglio-Agosto 2020

mercoledì 3 giugno 2020

E ora si va alla conquista del mondo...



Voglia di volo ora decolla ed è già pronto per conquistare i paesi anglofoni nella sua nuova versione in inglese. Questo il video promozionale. 

Let me fly è disponibile qui

sabato 4 gennaio 2020

La "solaltitudine"

Pronti al decollo...

La pista, oggi, è una tavolozza di varie sfumature di verde. Da quello scuro e umido, tipicamente invernale, a quello più chiaro, insediato dalle offese del freddo e dell’acqua, nonché da zone color fango, segno dell’usura più degli invertebrati del sottosuolo che della stagione. D’altra parte è il 3 gennaio, e mentre qualche coppia cane-padrone ciondola sbuffando vapore, parcheggio la macchina in maniera diligente. Dentro c’è Darko, tre batterie che pullulano di vitalità e la voglia di iniziare l’anno con voli senza problemi, segno scaramantico di una nuova stagione propizia.  

Come d’abitudine ho già lanciato un “messaggio in bottiglia” su WhatsApp: “Oggi sono al campo. Qualcuno mi segue?”. Ma stranamente non ho ricevuto risposta. Poco male. È già capitato che comunque qualcuno lo trovi lo stesso. Invece no. L’area è deserta, nonostante l’ora propizia. Due, forse tre ore di luce da sfruttare, prima che cali il freddo vero a dispetto degli 8 gradi che fa segnare ora il termometro.
Come una buona massaia allora preparo tutto. Apro il gabbiotto, alzo la manica a vento e tiro fuori dalla macchina tutto l’occorrente. E aspetto. Pochi minuti mi bastano per capire che oggi probabilmente non verrà nessuno. Eppure... non c’è una bava di vento, il cielo è sì coperto ma la visibilità è pur buona. Anzi, da cartolina con quelle nubi che presto diventano rossastre all'orizzonte. Così decido. “Vorrà dire che inizierò il nuovo anno da solo”.

L’ho fatto altre volte, in piena estate. Anche se non amo volare da solo. L’incidente, anche banale, può diventare severo se non c’è alcun appoggio. Però l’ho già fatto e piglio il tutto come una sfida, tacendo la solita vocina che mi suggerisce maligna di lasciar perdere. Di rimandare. “Il primo volo della stagione... che peccato!”.

Posiziono Darko nel consueto punto di decollo e parto. I primi giri sono pacati, quasi di prova. Poi inserisco le solite figure che faccio: loop, tonneau, percorsi a "8" e così via. Tutto fila liscio. Atterro, quasi impeccabile. E tiro un sospiro di sollievo. Così mi rilasso sulla seggiola. Guardo il cellulare, l’orizzonte ma... nulla. Ormai se non è venuto ancora nessuno, è segno evidente che sarò da solo.
Mi rassegno. Ho ancora due batterie che frizzano di vitalità. Così decollo una seconda ed una terza volta (sequenza mai raggiunta in questi casi; solitamente, volando in solitudine, mi sono limitato ad uno, massimo due voli). Veleggio, giro, incrocio... Darko è veloce. Sicuro. Quasi sfrontato nel suo volare bene. Ed io mi sento un papà orgoglioso. Scendo, pennello la pista e Darko si ferma mostrando sui ruotini il lucido dell’umidità.
Al terzo atterraggio mi dò una sonora pacca sulla gamba. E bacio, come di consueto, la capottina di Darko. “Grande Ste. Bravo Darko!”, esclamo, mentre in lontananza una coppia cane-padrone probabilmente si sta chiedendo chi è quel pazzo che vola da solo... con ‘sto freddo.

Mi accascio, infreddolito, sulla sedia, mentre ripenso a questa solaltitudine (misto di solitudine e altitudine), a questa esperienza che ha un non so che di mistico, di primordiale. Come un uomo d’altre epoche ti ritrovi in mezzo al bosco, a sfidare imprevisti, freddo, senso di paura. E sai che un eventuale soccorso non potrà che essere tardivo, nonostante il cellulare. Sì, volare da solo è un’esperienza forte. Esisti solo tu, i pensieri che accantoni,il modello e l’aria. Così diventi un tutt’uno, senza distrazione alcuna, accompagnato solo dai rumori che sopraggiungono dall’elica e dal tuo cuore che accelera.

Darko ora riposa, con i ruotini bagnati. È ora di andare. Il cielo s’è già fatto rossastro, la luce è più fioca. Ma attendo ancora un attimo. Guardo la pista, il cielo, la strada del ritorno. Sono fotografie che voglio fissarmi nella testa quando un domani, nell’eccitazione d’una pista affollata, ripenserò a questa solaltitudine di una giornata d’inverno.

martedì 24 dicembre 2019

Terza edizione ora disponibile

A due anni dalla sua prima pubblicazione, ecco finalmente disponibile su Amazon la terza edizione del mio libro. Rispetto alla prima edizione, il contenuto è passato da 112 a 140 pagine, con nuovi racconti e un'intervista esclusiva ad un pilota oggi ottantenne che è stato tra i pionieri dell'aeromodellismo in Italia e che ora, dopo 50 anni di stop, ha ripreso a volare trovando un mondo completamente diverso.

Questa terza edizione, caratterizzata da una nuova copertina ed un nuovo layout, rappresenta pertanto un'
edizione aggiornata e integrata rispetto a quelle (in totale due) finora pubblicate.

Lo puoi trovare solo su Amazon qui

Guarda il video




martedì 29 ottobre 2019

I modelli dormienti


La porta si apre e nella penombra penetra una fascio di luce inattesa. Discreta. Scivola sul pavimento veloce e subito coglie una deriva, un pezzo d’ala, il becco di un’elica che straborda da un lieve sudario leggero di nylon. Prima uno poi, a mano a mano che il fascio di luce prende coraggio, eccone un altro che mostra un pezzo di fusoliera: stemmi d’un passato che fu, meccanismi di oggi, pilotini che sembrano raggelati dall'aver visto il mostro Medusa.

Eccoli i modelli dormienti. Riposano tranquilli nella penombra polverosa d’una stanza remota; senza vita; e proprio per questo scelta perché nessuno possa disturbare il sonno delle macchine che sembrano fissate nel tempo. Ognuna ha il suo velo che sembra nasconderla, proteggerla dalle offese di un presunto abbandono. Qui il tempo s’è fermato. Le ruote evocano tracce di terra, segno di atterraggi tra l’umido delle zolle. Le ammaccature invece l’imprudenza di mani inesperte, ma anche il coraggio di andare avanti comunque. Tutto è silenzio. Fissità. Ma la luce ricrea realtà. Ridona vita a livree motivo d’orgoglio. E gioca riflessa sul nero lucido dell’ala, sulla trasparenza d'una capottina, sulla coccarda lucida che è motivo di vanto su ogni terreno.

Le macchine sembrano dormire. Ma è un’illusione. Il tempo, l’attesa, la pazienza le ha solamente intorpidite, relegate in un non-sonno. Sappiamo bene che basta una scintilla, una “flebo” di corrente continua a ridare sangue a questi cuori elettrici, a smuovere magneti, a far girare gaie elica e ruote. E così i sudari volano via come foglie d’autunno. Il motore ruggisce senza tosse. Ogni meccanismo ritrova velocità e precisione.
Perché i modelli dormienti in realtà riposano. E sotto i veli protettivi sono istantanee di momenti vissuti, inchiodati nell'attimo. Sono animali in letargo leggero. Quieti, senza angoscia. Sanno bene che nessuno li ha dimenticati. E attendono solo quella scossa leggera, il fremito di qualche ampere, una mano gentile che li liberi dai lacci per correre ancora sulla terra per poi sfogarsi nell’aria.

I modelli dormienti ci perdonano: perdonano la nostra paura, il nostro ozio, il timore di portarli fuori come belve ingestibili, perché potrebbero farsi male. Lo fanno perché sanno che non li abbiamo dimenticati. Eroi coraggiosi dell’aria, guardano con tenerezza dalla punta della loro naca le nostre debolezze. E aspettano, in silenzio e pazienza, al tepore di lievi coperte che sanno quasi di dolce carezza.