martedì 29 ottobre 2019

I modelli dormienti


La porta si apre e nella penombra penetra una fascio di luce inattesa. Discreta. Scivola sul pavimento veloce e subito coglie una deriva, un pezzo d’ala, il becco di un’elica che straborda da un lieve sudario leggero di nylon. Prima uno poi, a mano a mano che il fascio di luce prende coraggio, eccone un altro che mostra un pezzo di fusoliera: stemmi d’un passato che fu, meccanismi di oggi, pilotini che sembrano raggelati dall'aver visto il mostro Medusa.

Eccoli i modelli dormienti. Riposano tranquilli nella penombra polverosa d’una stanza remota; senza vita; e proprio per questo scelta perché nessuno possa disturbare il sonno delle macchine che sembrano fissate nel tempo. Ognuna ha il suo velo che sembra nasconderla, proteggerla dalle offese di un presunto abbandono. Qui il tempo s’è fermato. Le ruote evocano tracce di terra, segno di atterraggi tra l’umido delle zolle. Le ammaccature invece l’imprudenza di mani inesperte, ma anche il coraggio di andare avanti comunque. Tutto è silenzio. Fissità. Ma la luce ricrea realtà. Ridona vita a livree motivo d’orgoglio. E gioca riflessa sul nero lucido dell’ala, sulla trasparenza d'una capottina, sulla coccarda lucida che è motivo di vanto su ogni terreno.

Le macchine sembrano dormire. Ma è un’illusione. Il tempo, l’attesa, la pazienza le ha solamente intorpidite, relegate in un non-sonno. Sappiamo bene che basta una scintilla, una “flebo” di corrente continua a ridare sangue a questi cuori elettrici, a smuovere magneti, a far girare gaie elica e ruote. E così i sudari volano via come foglie d’autunno. Il motore ruggisce senza tosse. Ogni meccanismo ritrova velocità e precisione.
Perché i modelli dormienti in realtà riposano. E sotto i veli protettivi sono istantanee di momenti vissuti, inchiodati nell'attimo. Sono animali in letargo leggero. Quieti, senza angoscia. Sanno bene che nessuno li ha dimenticati. E attendono solo quella scossa leggera, il fremito di qualche ampere, una mano gentile che li liberi dai lacci per correre ancora sulla terra per poi sfogarsi nell’aria.

I modelli dormienti ci perdonano: perdonano la nostra paura, il nostro ozio, il timore di portarli fuori come belve ingestibili, perché potrebbero farsi male. Lo fanno perché sanno che non li abbiamo dimenticati. Eroi coraggiosi dell’aria, guardano con tenerezza dalla punta della loro naca le nostre debolezze. E aspettano, in silenzio e pazienza, al tepore di lievi coperte che sanno quasi di dolce carezza.

mercoledì 25 settembre 2019

Fantasmi e risposte

Oggi il cielo è un lenzuolo di bambagia, bucherellato di sprazzi di cielo. Un'immagine da cartolina, o da video. Come quella vista tante volte nel simulatore del computer. Solo che la sagoma di Darko che si staglia su questo spettacolo, è meravigliosamente vera. E a volte è quasi difficile riconoscerla sul lenzuolo. Contro il sole. 

Oggi, come tutte le volte, ci sarà un primo volo, e poi un secondo e magari anche un terzo. Ma il primo è sempre il più difficile, anche se magari è solo pochi giorni (e non mesi) che non prendi in mano la radio. Perché inesorabilmente, ogni volta, nei minuti che passano tra l'ultimo tratto di strada fino al campo e i metri che ti separano dal centro della pista di decollo/atterraggio, si ingorgano pensieri di tutti i tipi. Ogni volta mi ripeto "Oggi però mi sento più stanco del solito", "Oggi ho una strana sensazione", "Uhmmm oggi no...", tutti fantasmi legati a eventuali crash che tuttavia (grazie al cielo) sono mesi che non capitano più. Eppure il primo volo ne è sempre gravato. Così, chi magari mi vede accigliato, può pensare a chissà quali preoccupazioni, mentre invece è solo un misto di concentrazione e lieve tensione.

Sono abituato a questi pensieri. Ormai sto imparando (la strada è tuttavia ancora lunga) ad accoglierli senza opposizione, a superarli con l'azione. Così me ne infischio e con piglio deciso guadagno la piccola area d'erba che da tempo ho scelto quale punto migliore per piazzarci il modello pronto al volo. 
Così accelero e il modello rulla deciso sul piano, scosso da qualche zolla un po' più densa. Poi s'alza. E io dico: "Ok è fatta. Ora in qualche modo scenderò. O con un meraviglioso atterraggio pennellato, o...".
Le primissime manovre (la prima virata e l'aggiustamento della quota) sono un banco di prova. Anche se le insidie possono capitare in ogni momento. Tutto fila liscio. La tensione si attenua. Ma, anche se è strano dirlo, sembra quasi che non dipenda da te. Semmai dal modello, che scivola lento in manovre pulite e senza fretta. È lui che sembra quasi dirti: "Non ti preoccupare, vedi come sto veleggiando pulito?".

È il vantaggio di avere un aereo da tanti anni. Seppure ferito, cicatrizzato, incollato e rimesso a nuovo con pennarello grosso e nastro adesivo extraforte, lui diventa curiosamente affidabile, sereno. E dire che all'inizio più volte l'avrei abbandonato perché "troppo difficile". È cresciuto con te. Si è ferito assieme al tuo orgoglio. Ha subito come te caldo e gelo. Siamo amici, compari, colleghi. Per questo è lui che sembra rassicurarti. Virata, loop, tonneau... tutto fila liscio come t'aspetti. Poi scende, rulla, si ferma. E tu ti dai una pacca sulla gamba, come a dire: "Vedi che non dovevi temere?".

Piccole storie private di fantasmi e risposte che, lo so, a bordo campo molti non percepiranno mai. Perché nascono, vivono e muoiono tra testa e dita, sullo sfondo d'un cielo d'autunno che t'allarga il cuore.

domenica 25 agosto 2019

Un momento esistenziale

"Un lancio è un momento esistenziale, molto simile al combattimento. Senza avere tempo di pensare a niente, tu devi essere preparato a rispondere ad ogni evenienza - e queste evenienze devono essere anticipate il più possibile prima che tu prema il bottone
(Gene Kranz*, "Failure is not an option", Simon & Schuster Paperbaks, New York 2000)


Paragonare il volo di un aeromodello al lancio ad esempio di un razzo Saturn V è certamente esagerato. Tuttavia le parole di Kranz rispecchiano bene emozioni che si possono ritrovare anche nel nostro hobby. Sì, anche quei 5-6 minuto di volo con un modello in balsa o polistirolo, possono rappresentare un "momento esistenziale". In primo luogo perché conquistare e governare l'aria resta comunque un'attività innaturale per noi uomini: guidare un autoveicolo o un'imbarcazione radiocomandata di certo produce meno tensione, soprattutto in un neofita. La macchina e la barca, infatti, seppur possono essere più veloci, in ogni caso non possono cadere e dunque rischiare una gravosa rottura strutturale. Guidarli diventa allora più "rilassante" e permette azzardi che nel caso dell'aereo restano prerogativa dei piloti più esperti o incoscienti.  

È un dato di fatto: l'aereo può cadere. E qui si giocano altri fattori: la paura (che può essere smussata solo dall'esperienza e dalla conoscenza del tuo modello); l'adrenalina (che emerge proprio dallo sfidare un ambiente a noi non naturale come l'aria); ma anche la soddisfazione di sentirsi per pochi minuti piloti, e dunque persone capaci di fare esperienze non del tutto comuni.
Sì, il volo anche solo di aeromodello è un momento esistenziale perché per 5-6 minuti esisti solo tu, il modello e le condizioni atmosferiche. Posto il fatto che anche il pilota più esperto tiene sempre gli occhi incollati all'aeromodello e se li toglie per qualche frazione di secondo è solo per controllare il timer della radio, la direzione del vento o eventuali altri modelli in volo, è pur vero che soprattutto l'attenzione del  neofita viene ingoiata del tutto dalla sua bestiola volante. Per assurdo potresti anche sfilargli il portafoglio dalla tasca che non se ne accorgerebbe. La tensione è di fatto tale che c'è una totale appartenenza pilota-macchina. Col passare del tempo, poi, impari anche ad aprire meglio occhi ed orecchie: osservi il cambio di direzione della manica a vento e dunque valuti da dove effettuare l'atterraggio; addirittura riesci anche a salutare magari il collega che è appena arrivato alle tue spalle e di cui hai visto la macchina sopraggiungere con la coda dell'occhio. Ti apri dunque al mondo e a ciò che succede. Eppure il modello è fagocitante: gli occhi gli restano incollati addosso. Perché "devi essere preparato a rispondere ad ogni evenienza".

Un pezzo di aereo che si scolla; un servo (il meccanismo che fa muovere le parti dell'aereo) che smette di funzionare; ma anche la batteria che presenta problemi o una folata di vento che ti fa scartare la traiettoria all'improvviso. Durante il volo può capitare di tutto. E tu solo in parte puoi "anticipare" eventuali incidenti con adeguati controlli e manutenzione. Quando poi questi accadono, spesso hai solo pochi secondi per decidere cosa fare. E il più delle volte sono emergenze che devi gestire da solo. Potresti infatti anche invocare aiuto, ma prima che un collega ti raggiunga in mezzo alla pista e prenda in mano la tua radio per effettuare una manovra salva-modello, possono passare secondi preziosi e talvolta fatali. Mi è capitato più volte di avere una difficoltà ed essere tentato di chiamare aiuto, ma poi ho risolto da solo. L'esperienza anche in questo caso ti rimanda ad una verità che può essere paurosa, eccitante o appunto "esistenziale": ci sei solo tu, l'aereo e l'ambiente. 
In 5-6 minuti allora emergono, si mescolano e talvolta si armonizzano sensazioni come paura, soddisfazione, piacere, tensione. Diventi un tutt'uno uomo-macchina-ambiente. Ed è un'esperienza che si rinnova volo dopo volo. Per questo un decollo, un volo e un atterraggio non sono mai simili uno all'altro. Certo, col tempo aumenta la fiducia e la capacità tecnico-pratica, ma resta pur sempre il fatto che sfidi un ambiente a noi non familiare, con una macchina che può subire ogni tipo di evenienza, e che la legge della gravità (vedi: caduta) resta una costante.

Il fascino di questo hobby sta anche in questo. Sempre che tu abbia la sensibilità, la predisposizione caratteriale o altro per vedere nel tuo modello non solo un agglomerato di tecnologia e strutture portanti, quanto semmai un qualcosa di vivo, capace di portare in quota anche un pezzo del tuo cuore e della tua personalità, e di restituirti una massiccia dose di piacere quando dolcemente plana e si ferma a pochi metri da te, gagliardo e intero. 


(*) Direttore delle operazioni di volo della NASA durante i programmi Gemini ed Apollo (anni '60-'70)

giovedì 6 dicembre 2018

Gelo o caldo non c'è scampo!

Gelo o caldo non c'è scampo/ noi si va tutti al campo,/ perché altro che vuoi fare/ con 'sta voglia di volare?
(Mia filastrocca)

Quasi fine Novembre. Il cielo è gonfio di nuvole nere. Fa freddo. Nell'aria ci sarà un'umidità forse del 95%. La nostra pista di decollo/atterraggio sembra un campo di patate. I lombrichi hanno giocato a lungo a fare torrette di fango. L'erba è tumida d'acqua. A malapena si scorge un'area rasata, utile per il decollo. Accanto al casotto c'è la macchina ferma. E in mezzo alla pista ci sono io. Solo come un numero primo. Radio da una parte, elicottero dall'altra, affondo i piedi nell'umido della terra. So che ho a disposizione forse mezz'ora. Il meteo è chiaro: pioviggine e poi pioggia, tanta pioggia. Ma non mi scoraggio. Un incidente mi ha costretto ad un delicato intervento di incollaggio di un meccanismo dell'elicottero. Un'ora di intervento a "modello aperto", con tre dita su dieci incollate, e tante imprecazioni. Ma per fortuna c'è l'Attak. Santo Attak, protettore di noi modellisti, il fluido magico capace di decidere il destino del modello: o volo o pensione. Oggi ha vinto il volo. Però occorre un nuovo collaudo. Una nuova sfida.
E chi se ne frega se c'è un'aria più da caldarroste che da collaudo. Mezzora, va bene. È sufficiente.
Guadagno la pista, il modello scodinzola, imbarda un poco (si sposta di lato, ndr), punta in basso il muso come un toro che carica e poi fiero della sua batteria a due celle si alza. Quieto, pulito, rassicurante. Godo come un matto, potrei già scendere, ma voglio sperimentare nuovamente la durata della batteria. Il cronometro del cellulare corre. Io no.
Intanto sento gocciolare. A fine volo vedrò che la radio è puntinata di gocce di pioggia. Ma "Gelo o caldo non c'è scampo". Oggi è troppo importante. È un po' come un paziente di ortopedia che prova nuovamente a camminare.
Sei minuti. Sento che la batteria si affloscia. Allora scendo, mi poso sull'erba e stacco tutto. Perfetto. Tutto bene, mentre inizia a piovere seriamente. Ricovero il modello in auto come una tela preziosa e sotto la tettoia mi godo il campo di patate. Pochi minuti e poi, sotto l’acqua, riguadagno la strada di casa. Lasciando nell'aria il sorriso dei lombrichi... e una pacca di soddisfazione sulla mia gamba.

mercoledì 23 maggio 2018

Ed ora atterriamo su Amazon!

Dopo una prima edizione da considerarsi "di prova", questo blog diventa ora un libro aggiornato e ampliato venduto su Amazon (114 pp, Euro 10,40 Iva inclusa). 


Ecco qui di seguito alcuni dei commenti dei lettori del blog, a cui va il mio più sincero ringraziamento (per questioni di privacy non citerò il nickname):

«Mi piace!» 

«Mi ci ritrovo in diversi punti del tuo blog, complimenti».

«Ti seguo con interesse, mi ritrovo in molte cose che scrivi (molto bene, tra l'altro)». 

«I miei complimenti .... non amo molto leggere, tranne quello che mi interessa, ma mi son fatto tutto il Blog di fila incuriosito..».

«Complimenti, davvero complimenti. Il blog è coinvolgente e veritiero. Mi sono letto di corsa, in particolare il post : "Non è un hobby per giovani?".
Mi ritrovo su tutto. E su tantissimo di altro che hai raccontato, ed espresso col cuore. Un saluto».

«Credo che raccontare delle proprie esperienze personali aeromodellistiche possa essere un contributo all'aeromodellismo stesso. Detto questo penso che raccogliendo le varie storie degli aeromodellisti ci si potrebbero scrivere libri, mi piace come scrivi ed è facile identificarsi in questi racconti». 

«Molto bello per le sensazioni vere che descrivi!!!».

venerdì 11 maggio 2018

L'arte del saper aspettare

"L’attesa del piacere è essa stessa un piacere".
(Gotthold Ephraim Lessing, 1729-1781)


Talvolta, lo confesso, provo un certo imbarazzo nel dare pienamente ragione a chi - come in questo caso lo scrittore, filosofo e drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing - in una semplice frase racchiude un concentrato di saggezza che magari non ho il coraggio di ammettere. Imbarazzo, perché è come trovarsi di fronte ad una verità svelata che ti mette a nudo, nonostante la tua ragione voglia pensare il contrario. Come nel caso dell'attesa. Se infatti è chiaro quanto ad esempio sia deleterio e ben poco piacevole attendere per ore in macchina, sotto il sole, che la coda in strada si esaurisca, dall'altra può risultare piacevole l'attesa invece del Natale, o l'arrivo a casa di una persona cara che da tempo non si vede. Anche se conti i giorni. Anche se le ore non sembrano passare mai e imprechi contro quel tempo che ti divide dalla gioia promessa. Poi però, a posteriori, ti puoi accorgere che quell'attesa in fondo era dolce. Carica di aspettative. Finanche di sogni. E allora non ti sembra poi così brutta.

Torniamo al mondo dell'aeromodellismo. Chi lo pratica sa bene che l'attesa fa parte di questa attività. Attendi il tempo necessario perché le batterie si carichino (mettendo sulla bilancia circa due ore di carica per 5-6 minuti di volo); attendi che il meteo si stabilizzi e talvolta sei costretto a rinunciare dopo magari una settimana che aspettavi il giorno libero per volare; attendi che lo spazio aereo sia sufficientemente sgombro da altri modelli per far decollare il tuo. Ecc. Tutte attività che fanno parte della vita "quotidiana" dell'aeromodellista. Ci sono però altre attese, ben più cariche di pathos. Quando ad esempio devi collaudare un nuovo modello, oppure hai deciso che è giunto il tempo in cui sarai tu a prendere in mano la radio e quell'aereo nuovo di pacca e sarai proprio tu a gestirlo in toto, dal decollo all'atterraggio.
Ed ecco che entra in gioco Lessing. Puoi provare timore, puoi persino prefigurarti crash rovinosi, eppure in quell'attesa così carica di emozione c'è un sottile filo di piacere. Quasi masochistico perché comunque, come detto, puoi provare timore e forse avresti anche voglia di evitarti tanto stress ricorrendo ad esempio ad un modello già conosciuto e che ti ispira fiducia. Eppure decidi di andare avanti. Ed ecco che allora disagio e piacere iniziano a convivere più o meno serenamente.
Il piacere in questo caso nasce dal fatto che ti prefiguri anche un successo, e l'ondata di serotonina che potrà di conseguenza invadere il tuo ego. In parole povere ti prefiguri una massiccia dose di autocompiacimento, cosa che non è affatto da poco.

Ecco allora che si ripropone la "sindrome del Natale". L'attesa, che può diventare snervante, assume comunque un sottile velo di piacere. Poi, una volta passato l'evento, cosa rimarrà? Nel caso del campo volo probabilmente si ripenserà a tutta quella dose di pensieri che hanno accompagnato l'attesa, e ci si potrà persino sentire sciocchi nell'aver sprecato tante energie psicofisiche. Ma dall'altra si potrà anche compiacersi nel aver saputo vivere quell'attesa con determinazione. Finanche coraggio. E da qui, a posteriori, provare persino piacere.

Eh sì, caro Lessing, mi sa che anche stavolta hai ragione...

domenica 6 maggio 2018

Scienza o mistero?

Recentemente, a seguito di una discussione tecnica sulla fisica del volo, mi è capitato di cercare su Internet informazioni semplici e chiare sul perché un aereo può sostenersi in aria. Così, con mia grande soddisfazione, ho trovato il documento di un ingegnere che in poche pagine mi ha aperto un mondo. Mi sono reso così conto che le mie nozioni di base non solo erano precarie, ma anche in parte incomplete. E tra principio di Bernoulli ed effetto Coanda sui fluidi, ho finalmente capito qualcosa di più che, sono sicuro, in parte mi servirà anche per pilotare le mie "bestiole" al campo.
Preso dall'entusiasmo, ho subito condiviso l'informazione on line con i miei amici-colleghi. 

Uno di loro ha risposto: "Preferisco il mistero...".

La persona in questione - pilota che peraltro stimo molto per il suo stile di volo - inconsapevolmente in questo modo ha aperto una questione, se non proprio una dicotomia tra due schieramenti ben presenti in un campo volo: coloro che volano per un puro gusto ludico e quelli che invece amano approfondire; sono curiosi e gradiscono capire il perché delle cose, andando in questo caso a rispolverare nozioni di aerodinamica che in qualunque caso - secondo il loro parere - "sono necessarie per chi ama questo hobby". Non è certo mia intenzione giudicare gli uni e gli altri. Piuttosto approfondire quegli scenari che il commento del mio collega apre e che vanno un oltre la semplice valutazione iniziale.

Come tutti noi sappiamo, non è necessario avere nozioni tecniche specifiche per guidare un'automobile; allo stesso modo non serve essere informatici per utilizzare un personal computer. Dunque può anche non servire conoscere esattamente le ragioni fisiche per cui un aereo vola, e limitarsi a godere di questo presunto "miracolo", cedendo al fascino del mistero. Fascino, sì, perché quel preferisco  il mistero non vuol dire "non ho la testa per leggere trattati di fisica per capire perché il mio aeromodello sta in aria", piuttosto: "potrei cercare di capirlo ma preferisco non saperlo". E dunque: "preferisco quell'alone di mistero che rende intrigante e meraviglioso il fatto che un oggetto pesante possa librarsi in aria come un uccellino", o qualcosa di simile. La questione, in quest'ottica, non diventa più un semplice schierarsi tra quelli che potrebbero essere definiti "piloti della domenica" (in quanto si limitano a caricare batterie, accendere la radio e volare senza porsi domande) e invece coloro che fanno dell'aeromodellismo un momento anche di formazione culturale, dove conoscenze, pratica e manualità la fanno da padrone. Diventa invece un dividersi tra "tecnici" e "sognatori", tra coloro che comunque vogliono capire e coloro che invece preferiscono fermarsi un passo prima.


A questo proposito ricordo che anni fa organizzai un evento letterario il cui tema era grossomodo questo: quanto può ancora affascinare la Luna dopo che l'uomo ci ha messo i suoi piedoni sopra? Sì, perché un conto è ispirarsi a quell'oggetto meraviglioso che per sua natura suscita ammirazione e romanticismo; un conto e rendersi conto che è un satellite grigio, polveroso e pressoché morto. In più ora conserva sulla sue superficie non solo le nostre "pedate", ma anche materiale di scarto delle vecchie missioni Apollo.
Il concetto è identico: è meglio sognare (leggi: "accettare l'idea che l'aereo voli senza capire perfettamente il perché";nonché "ispirarsi alla bellezza della Luna tout court") oppure sapere (leggi: "capire il principio di Bernoulli e l'effetto Coanda"; nonché "sapere che la Luna è un enorme sasso polveroso e senza colori")?

Ripeto. Qui non si tratta di giudicare chi abbia ragione. E nemmeno di criticare o meno i "piloti della domenica". Piuttosto di scegliere tra scienza e mistero. O, meglio: tra sogno e realtà.

lunedì 30 aprile 2018

Si debbono le imprese accettare...

"Non si potendo ottenere le cose grande senza qualche pericolo, si debbono le imprese accettare ogni volta che la speranza è maggiore che la paura". 

Francesco Guicciardini (1483 – 1540), filosofo, politico
e scrittore italiano". 


L'avevo rimandato da mesi quel collaudo. Complice di certo l'inverno (il modello mi era arrivato prima di Natale), e il fatto che comunque dovessi mettermi d'accordo con un pilota esperto del campo al quale spettava il gravoso compito di raccogliere la mia completa fiducia. A lui infatti mi ero rivolto per alzare il volo e testare questo mio Pilatus PC21 della FMS (nella foto con la sua "scatola" da viaggio). Nuovo di pacca. Coccolato e guardato anche con un certo timore fino ad oggi. Aereo nuovo. Fiducia da creare. E poi... le voci della "piccionaia", ovvero dei colleghi del campo. "Uhmmm pentapala e con 4 celle... sarà una scheggia!". E così già mi prefiguravo una freccia supersonica, da gestire come un TIR in corsa a pieno carico. E la paura aumentava. Ogni scusa per rimandare il collaudo era buona. Strano. Eppure il compito di testarlo non sarebbe stato mio ma del mio collega. Ma sapevo (e volevo) che una volta in volo la radio passasse a me per saggiarne l'emozione di averlo tra le mani.

"Finché sta in mansarda a prendere polvere è come se non ce l'avessi!" mi ripetevo. "Tanto vale tentare e vada come vada". Così, dopo due appuntamenti mancati per colpa della pioggia (stress da smaltire e nuova data da cercare) pochi giorni fa mi sono deciso. "Basta. Giovedì pomeriggio sono libero. Non piove. Il campo è meno frequentato. Andiamo!". E così è stato.

Preparo la macchina. Inserisco nel baule Shaky (l'ho chiamato così per via del profilo da squalo) legato con la cura di un trasportatore che debba portare in giro un prezioso sarcofago egiziano. E guadagno la strada per il campo. Ad ogni chilometro mi ripeto: non c'è ritorno, ora. O rientro a casa con il sorriso stampato, oppure depresso perché qualcosa  andato male, o semplicemente perché i miei timori si sono avverati: troppo veloce. Difficile da gestire. 

Non sarà così.

Arrivo al campo. Alle 15.00, puntuale, il mio mentore/collaudatore mi raggiunge. Osserva la bestiola. Ne è compiaciuto. "Bello... proprio bello". Sorrido. E' come se avessero fatto un complimento a me. Intanto smaltisco a malapena la tensione. "C'è un po' di vento, se aspettate un'oretta cala", mi suggerisce un altro collega. Accetto volentieri il consiglio. Rimando così l'appuntamento con la mia "sfida" di 60 minuti. Il collaudatore è d'accordo e assolutamente sereno. Beato lui!Più passano i minuti, però, meno mi rilasso. E' un po' come dal dentista: aspettare e rimandare va bene, ma poi vuoi solo "levarti il dente" e basta. Così dopo 30 minuti dico: "Basta. Andiamo!". E raggiungiamo il centro della pista.

Bello Shaky in mezzo all'erba. Una macchia rossa lucida nel verde. Vorrei fare una foto col cellulare, ma preferisco aspettare che tutto sia finito. Non si sa mai...
Il collaudatore manovra i piani di coda, gli alettoni, i flap. Tutto ok. Parte. 
Shaky beccheggia, sbuffa tra i fiorellini e poi si leva in volo. Nervoso. Ma lui, il mio mentore, non si scompone. Lo gestisce come un puledro immaturo. E' calmo come non mai. Io sudo.

Dopo un paio di circuiti Shaky si calma. E intanto il rumore dei trim (levette sulla radio usate per piccoli aggiustamenti dei piani mobili, ndr) si fa insistente. Il beep del timer schiocca i minuti. Dopo due minuti è il mio turno. La radio passa nelle mie mani nel momento in cui Shaky sembra un vecchio pony che vola.
E' il momento tanto atteso. Lui è in alto (quota di sicurezza), molto in alto per i miei standard. Non sono abituato e un po' mi innervosisce. Ma con mia sorpresa è docile, non troppo veloce e silenziosissimo. Così lo riporto ad una visibilità più consona alle mie abitudini. Scivola nell'aria come un gabbiano. E' stabile. "Sincero", lo definirà il collega. Ovvero, come poi mi spiegherà dopo: "Risponde esattamente ai comandi, senza sbavature". Poi atterra.

Ho due batterie. Due round. Quasi mi viene da dire... "E se decollassi io?", spinto dall'entusiasmo. Ma mi freno subito. Ci sono ancora regolazioni da fare. E così dopo venti minuti riprende il volo. Ma questa volta siamo in tre: il collaudatore. io ed un terzo collega che avrà il compito (in volo!) di regolare i flap. Roba tipo intervento a cuore aperto con anestesia locale. Io assisto, stupito di quelle quattro mani che lavorano sulla radio, mentre osservo Shaky obbedire come uno scolaretto rassegnato al fatto che non è lui che comanda. La radio torna a me. Questa volta mi godo di più il volo. Ma l'atterraggio, no... questa spetterà ancora al mio mentore. E lo esegue con destrezza e rassicurante felicità.

Sono entusiasta. Shaky ora è pronto. Ma soprattutto intero. Mi rilasso sulla seggiola. 

Ora un'altra sfida si pone. Un volo tutto da solo. Per questo guardo il meteo e i giorni liberi. So che lo farò, a breve. Ormai il ghiaccio è rotto. Anche se sono sicuro che quel giorno sarò tesissimo. Il come è andata... lo scriverò nel prossimo post! 

giovedì 7 dicembre 2017

Meglio abbondare che...

«You can never have too many RC planes!»*
 (Slogan su T-Shirt e tazze personalizzate)


"In casa ho 156 modelli". Ho sentito questa frase, pronunciata in modo enfatico, da un collega del campo. E subito ho pensato nell'ordine: 1) Ma di quale spazio può disporre? 2) Ma la moglie cosa dice? 3) Ma come fa a farli volare tutti? Salvo non riuscire a darmi una risposta convincente.
Subito dopo ho pensato a cosa possa spingere qualcuno ad avere una quantità tale di "materiale volante". Ma qui, però, rispondermi è stato più facile.

Ho più volte detto che a mio parere ogni modello "ha un’anima": si comporta e reagisce in modo diverso, fino ad assumere una sorta di personalità ben distinguibile dal pilota che di volta in volta sceglie quello più affine alle esigenze e all'umore della giornata. Detto questo è facile comprendere come la cantina si possa riempire di ogni sorta di aereo ed elicottero, perché è come avere nell'armadio diversi maglioni, ad ognuno dei quali si è legati per motivi differenti. Certo è, però, che 156 modelli sono davvero tanti. Sorge allora il dubbio che sotto sotto non ci sia altro.

La psicologia, anche quella più spicciola, ci suggerisce una definizione che potrebbe fare il caso nostro: atteggiamento compulsivo ossessivo. Ovvero, in poche parole, "maniaco di qualcosa". Lo sono ad esempio i "malati di pulito", che anche se sanno benissimo che può essere addirittura dannosa un’igiene estrema, lo stesso non possono non pulire casa per ore al giorno. Al contrario lo è anche chi vive in case ridotte a discariche, tanta è il loro bisogno di accumulare roba.
E nel caso del mio collega? Forse un qualcosa di ossessivo c’è. Perché a ben vedere è impossibile godere di tutti i 156 modelli facendoli volare, a meno che non si faccia solo questo nella vita (e non è il suo caso). Allora? Che si fa? Ci si limita a usarne il 30% ed il resto lo si osserva e basta? Ma che serve?

Senza voler giudicare nessuno, ma semplicemente guidato dalla voglia di comprendere, mi azzardo a dire che la persona in questione ha una sorta di mania dell’accumulo. Proprio il giorno stesso in cui ha pronunciato la frase citata, raccontava di aver comprato d’un botto 6 modelli ad un mercatino dell’usato. Ecco allora che il sospetto si rafforza. Accumulare, accumulare, perché è questo che a quanto pare lo rende felice.

Tuttavia, in un tale accumulo di "anime volanti", il rischio vero è quello di perderne la singola specificità, trasformando il tutto in un guazzabuglio di semplice balsa, depron ed elettronica che francamente non so quanto possa dare piacere.


* Traducibile liberamente con: “I modelli RC che hai non sono mai troppi!

domenica 3 dicembre 2017

L'onore e il rispetto

Cap. Filippo Barbero
«Sono tante le cose che non bisogna fare con un aereo. La più importante è mancargli di rispetto» (Cap. Filippo Barbero, intervista a Il Giornale.it).

Ci sono pensieri che, nonostante lo sforzo, mi risulta difficile spiegare, anche se al volo li comprendo immediatamente quasi per un’empatia innata. Tra questi c’è questa frase del "solista" delle Frecce Tricolori, il capitano Barbero. Sì, perché come fai a spiegare alla "gente comune" cosa significa portare rispetto, e di conseguenza, "mancare di rispetto" ad un concentrato di metallo, tecnologia e carburante? Per farlo dovrei fare un qualcosa che ai più fa storcere il naso: ovvero umanizzare la macchina; trasformare quel concentrato di tecnologia in un qualcosa che in qualche modo non solo vive (lo fa anche la zanzara che ci punge e che senza troppi problemi schiacciamo d’estate) ma addirittura ha per noi dignità di essere vivente.

Una pazzia, agli occhi dei più. Eppure…

Non credo che la capacità di vedere nell'oggetto inanimato (come lo è di fatto un aereo) un qualcosa di vivo, dipenda dalla passione per ciò che vola che mi porto appresso fin da ragazzo. O almeno non solo. Piuttosto è un mix di sensibilità, fantasia, cura delle proprie cose, senso del valore delle cose ecc. Per questo motivo curo i miei giocattoli volanti, ma anche le macchinine radiocomandate che negli anni ho acquistato. E se sono mal funzionanti, prima di dichiararle davvero morte provo a rimetterle a nuova vita. Anche dopo anni.
Nel caso del capitano Barbero le cose sono però un po’ differenti. Lui affida la sua vita a quella macchina volante che pilota. L’affida alla tecnologia dei materiali, degli strumenti, alla sua preparazione e non ultimo ai tecnici che lo assistono e ad una sana dose di destino. Mi è dunque facile pensare che tra lui e la macchina si instauri un rapporto di fiducia, che dunque prevede di trasformarla idealmente in qualcosa di vivo e di qui a generare rispetto. Io rispetto la macchina non perché sia un pazzo; anzi. Lo faccio perché in questi pochi metri cubi di metallo e scienza ci metto anni di vita passata e futura, sogni, passioni, e ogni tanto un pizzico di timore mediato dall'addestramento.

Ma cosa vuol dire in buona sostanza "portare rispetto"?

Significa comprendere a fondo capacità e limiti della macchina. Non chiederle cose che non possa fare. Ma anche curarla, capirne subito eventuali défaillance, ascoltarla nei minimi rumori che possano evidenziare un’anomalia, fornirla non di pezzi di ricambio scadenti, ma adeguati alle funzioni. Ma significa anche sapere in ogni momento che a lei affidi la tua vita e ti senti persino onorato di poterlo fare. Perché un’anomalia può sempre accadere, e se succede è perché quanto detto prima non è stato seguito bene.

Credo che in passato un rapporto similare si sia instaurato ad esempio tra guerriero e spada. Quest’ultima – che, guarda caso, ha spesso un nome – non era solo un pezzo di ferro forgiato. Bensì uno strumento di vita e morte insieme. E là dove la posta si fa altissima (morire o vivere, esattamente come l’aereo del capitano Barbero) è normale che il rapporto si enfatizzi, diventi quasi mistico e persino fatalista.


È normale per noi. E mi ci metto anch'io, nel mio piccolo di aeromodellista che prova le stesse sensazioni con i suoi  modelli, ciascuno dei quali ha un nome e una "personalità". Ma… vaglielo spiegare alla gente…

venerdì 1 dicembre 2017

Questo blog ora è un libro!

Finalmente, direttamente da questo blog arriva il libro Voglia di volo (Edizioni Il Mio Libro, pp. 104, Euro 12,50), che ho voluto dedicare agli amici del Gruppo modellisti sportivi di Ceriano Laghetto.


Del mio libro scrive Fabrizio Biondi: "Quando uno sport, un hobby diventa molto più che una passione, l’amore per quello che si fa si tramuta in un modo particolare e personale di interpretare i propri sogni, accorgendosi che pian piano sono diventati realtà. L’Autore aveva come sogno nel cassetto quello di diventare pilota della Pattuglia Acrobatica Italiana, le Frecce Tricolori, ma dopo essere diventato un esperto pilota di aerei radiocomandati, la sua passione lo ha conquistato. 
Il libro non è un manuale di tecnica o un semplice compendio di esperienze, bensì un concentrato di emozioni provate in quattro anni di pratica. 
Accorgersi che ogni singolo modello di aereo radiocomandato possiede un’anima a cui affidare piroette e acrobazie in volo, rende ogni singola esperienza un concentrato di emozioni unico, che merita di essere riportato su carta, quasi come si trattasse di un diario di bordo giornaliero, e in fondo questo libro deve essere letto con questi presupposti, per apprezzarne in pieno il significato".