sabato 11 giugno 2022

Ciao, maestro...

Elio Corongiu  

Sabato 4 giugno 2022 - h. 6,30 - Questa mattina, all’alba, ho voluto scrivere a Elio. Finché era ancora in vita, seppur sedato e probabilmente incosciente. L’ho voluto fare di corsa, perché non avevo tempo. Non sapevo quando se ne sarebbe andato, e l’importante è che in qualche modo la sua anima abbia potuto recepirla. E avevo ragione. Poche ore dopo ci ha lasciato. Ecco la lettera. È il mio saluto, il mio ringraziamento, il mio dolore.

Ti scrivo mentre ancora ci sei. Anche se lontano, in un mondo sonnifero che ti tiene ancora qui con noi. E lo faccio di proposito, perché spero che in qualche modo le mie parole ti arrivino, finanche in un colloquio sottile tra anime.

Elio, amico, maestro di volo... Elio dal viso consumato come una pietra  della tua Sardegna e il carattere a volte ruvido come un foglio di pane carasau. Eppure pronto come una chioccia a raccogliere sotto la tua ala nuovi aquilotti, innamorati dell’aria. A dare loro consigli, istruzioni, coraggio e bacchettate. Perché il cielo spesso non perdona agli sciocchi la loro stupida arroganza, e i modelli... sì i modelli “hanno sempre ragione loro”, come hai ripetuto fino alla fine.
Nove anni fa, quando con timore e timidezza entrai nel “tuo Gruppo”, diventasti subito il “mio” maestro. La guida, il mentore, colui a cui affidare nuovi modelli da collaudare, la persona a cui chiedere incessantemente di parlarmi dei segreti del volo, del fascino del volo. E ho sempre “bevuto” le tue parole, anche a bordo campo, sapendo che da te avrei imparato. Ed ora che questo è diventato il “mio” Gruppo, ho sempre guardato a te come un saggio depositario di una storia lunga cinquant’anni. Un saggio dal quale a volte dissentire, in una dialettica intelligente e viva.
Non ho tempo. Non hai tempo. Ed allora vorrei che queste mie parole avessero “montato” un motore velocissimo, non certo quello del mio modello preferito.  E che l’aria fosse tersa e leggera. Invece ho il vento a sfavore, e lo sai quanto odi questa condizione. Oggi c’è vento forte e freddo che mi spira nell’anima. Un vento capace di sollevare la pelle a vecchie cicatrici. Mannaggia... la storia si ripete, fosse anche a 40 anni esatti. Sì, era il 1982 quando... ma non importa. Adesso no.

Impotenti come modelli spezzati, ti guardiamo avvicinare la pista, per un ultimo decollo. E lo facciamo con rispetto, in silenzio, come quando prendevi il volo con le tue bestiolone volanti, ruggenti in armonia col motore, irriverenti e gagliarde come poche.
Oggi ci sediamo a bordo pista. Ordinati. Disciplinati. Increduli. Sgomenti. Feriti. Sì, perché in fondo ti convinci sempre che certe persone siano immortali. Che la morte possa solo fargli il solletico al naso e poi salutarle con un marameo irriverente. Invece oggi guardiamo noi il tuo volo. E non ti diremo certo di “stare più a Est” o di “virare più in qua”. Vola come vuoi, maestro. Ora vola come vuoi, fregandotene di regole e sicurezza. Non so se il vento sarà per te buono o no. Ma mi hai insegnato che si vola comunque.

E allora buon volo, amico. Però, ti prego, fammi imparare qualcosa anche ora. Perché il domani sarà lunghissimo. Perché domani ti cercherò tra gli alberi del campo, in cerca dell’ennesimo consiglio. E di un sorriso rugoso.

giovedì 14 aprile 2022

Crash comune... mezzo gaudio

La pagina S.A.D. su Facebook
Chiunque pratichi, o abbia praticato l’aeromodellismo dinamico, sa per certo che il crash, ovvero la caduta del modello  con conseguenze più o meno gravi, è quasi uno scotto inevitabile da pagare per chi ami questo hobby. In buona sostanza: non c’è aeromodellista (o, ancor più elimodellista, in quanto l’elicottero è più complesso da pilotare), che non abbia subito lo shock di una caduta. Che poi ci siano differenti modi di affrontare questi incidenti, è un altro discorso: c’è chi si abbatte a tal punto da interrompere subito il suo percorso; e, dalla parte opposta, chi lo mette in conto e - a parte un rammarico iniziale più o meno accentuato - ci passa sopra con leggerezza: se il modello si può aggiustare bene, altrimenti se ne comprerà un altro. In mezzo c’è però  tutta una popolazione di modellisti che accusa il colpo, e "se ne lagna" con più o meno dramma.

I crash, poi, diventano spesso motivo di discussione all’interno della “tribù dei piloti RC”: vuoi per cercare le ragioni del misfatto (si è trattato di noie meccaniche? Di un errore di pilotaggio? Un qualcosa di elettronico?), vuoi per trovare nel gruppo di uditori un certo sollievo nel pensare che: si sa che capita a tutti; che in fondo è meglio che sia il modello a distruggersi piuttosto che il pilota a ferirsi; e che - cosa non trascurabile - come dice sempre un anziano pilota di mia conoscenza, “i modelli nascono già morti”, ovvero prima o poi tutti vengono sfasciati. I più fortunati “dopo”; i meno fortunati “prima”.

Questa sorta di “elaborazione del lutto collettiva” trova proprio nel gruppo di pari, cioè dei soci/amici modellisti presso il campo volo, il terreno ideale dove poter versare lacrime e imprecazioni, o anche per sorridere dell’azzardo messo in atto e che ha portato a un crash tanto rovinoso quanto colpevole. Questo budoir (salottino) moderno dedicato non più a signore di alto lignaggio ma a piloti di ogni genere ed estrazione sociale, non poteva non trovare un suo alter ego anche on line. Ed ecco che su Facebook scopro per caso un gruppo denominato S.A.D. Society of Aircraft Demolishers (Società di demolitori di aeromodelli). Ne fanno parte oltre 14mila membri; insomma, non abbiamo a che fare con un gruppetto di sfortunati lamentosi, ma con un vero esercito di demolitori involontari. Curioso e significativo poi l’acronimo del gruppo. Sad, infatti, in inglese significa “triste”.

Ora, c’è da capire perché oltre 14mila persone decidono di iscriversi in un gruppo dove poter lamentare (ma spesso lo fanno col sorriso sulla faccia) i propri insuccessi. E c’è da dire che i post sono assolutamente aggiornati e frequenti. Cioè, il gruppo funziona e non c'è giorno in cui non siano pubblicati foto di cadaveri di aerei, pezzi di motore e ali sparsi sul terreno, se non proprio video di cadute spesso rovinose. Ma come... proprio su un social dove si tende invece a dare di sé un’immagine vincente?   

Il fenomeno si può comprendere solo pensando al fatto che la comunità dolente che il più delle volte al campo volo raccoglie e condivide il dolore di un crash, ora - per evidenti ragioni di modernità - semplicemente diventa anche on line. In questo modo chiunque nel mondo può trovare una spalla su cui piangere o un voce pietosa da cui sentirsi dire che "sì, il  modello non è ferito in modo poi così grave e si può salvare". Anzi, queste spalle aumentano a dismisura proprio per accogliere un numero esponenziale di piloti luttuosi. Il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio” trova dunque qui la sua attuazione più evidente. Nel confrontarmi con altri piloti in lutto per il modello sfasciato, trovo consolazione, ma anche un cinico pizzico di malignità che mi fa dire: “Beh... è capitato anche a te. Mi consolo...”.

E poi c’è un ulteriore vantaggio. On line, con un semplice post, io posso fare  “il duro” e far finta che la caduta del modello non abbia scalfito né il mio orgoglio di maschio volante, né la mia autostima; mentre invece, a casa, a PC o smartphone spento, piango come un bambino a cui è saltata la ruota della sua macchina preferita. Vantaggio di Internet. Almeno questo sì... glielo dobbiamo riconoscere.


Trovi il gruppo Facebook S.A.D. a questo link


lunedì 21 marzo 2022

Frammenti di pensieri

Passano gli anni, le stagioni, i pensieri. Le riparazioni sono evidenti così come l'usura di venti non sempre benevoli. Darko invecchia con me; e insieme ci identifichiamo nell'arsura del tempo. Ma il piacere di volare, così come quel misto di paura e coraggio, di sfida e di crescita, lo devo a questa bestiola volante che ancora ha voglia di seguirmi.

martedì 8 marzo 2022

Un atto d'amore

«Credo che praticare l'aeromodellismo possa essere paragonato ad un atto d'amore. Puoi decidere di fare - metaforicamente - solo sesso (ovvero usare il gruppo che ti accoglie quasi unicamente per i tuoi minuti di volo) e certo anche questo può dare comunque soddisfazione. Oppure puoi scegliere di iniziare una storia d'amore, dove affetto, amicizia, condivisione, aiuto reciproco, cure e attenzioni rivolte a tutto il gruppo fanno da corollario al semplice “atto sessuale”, che pur rimane. 
Sta dunque ad ognuno decidere se accontentarsi del “sesso”, perlopiù a pagamento (perché una quota campo ti viene comunque richiesta), oppure lavorare per una “storia d'amore” che può darti molto altro di più. Certo, richiede più impegno, costanza e fatica. Ma il più delle volte ne vale la pena...». 

martedì 1 marzo 2022

Come una stazione ferroviaria

In fondo il campo volo è come una stazione ferroviaria. In uno spazio senza vita propria, come può essere un binario o una lingua d'erba nel nulla, si intrecciano storie perlopiù invisibili, vissute nell'intimo di un volo personale nell'aria, ma anche nella testa. E queste storie non lasciano traccia e ancora meno si traducono in voce: semmai vengono assorbite dalla terra battuta così come dalla massicciata ferroviaria. Nascono, crescono e muoiono senza far rumore. Gioia, paura, euforia, coraggio, ansia, ma anche sfide personali e riscatti allora si animano come fantasmi del bosco. Per poi svanire quando giunge l'ora, e si torna a casa. Là, dove magari ciò che sta dietro a queste storie ha avuto  origine o avrà termine.

(Foto: GLCPHOTO - Pixabay)

venerdì 18 febbraio 2022

Venduta la copia n. 200!

Ci tenevo e in un certo senso è stato un regalo per il mio compleanno del 31 dicembre scorso. Proprio in quel giorno è stata venduta la copia n. 200 su Amazon dei miei libri dedicati all'aeromodellismo. Per la precisione il 73% delle vendite è stato ottenuto da Voglia di volo; il 13% (all'estero) da Let my Fly (versione inglese di Voglia di volo) e il 14% da Fame d'aria. Grazie davvero di cuore a tutti i lettori, anche se non potrò mai dirglielo singolarmente....

Ricordo che tutti questi titoli sono disponibili sulla piattaforma Amazon. Per trovarli digitare sul motore interno di ricerca il titolo oppure semplicemente "Stefano Nicelli".

sabato 18 settembre 2021

«IO TI AVRÒ» - Ecco perché abbiamo tanti modelli in casa

Provate a chiedere a chiunque pratichi aeromodellismo (ma lo stesso credo che accada anche a chi è appassionato di barche o macchine radiocomandate) quanti modelli ha in casa. Quasi certamente ognuno dirà che ne ha più di uno, passando da un numero indefinito ma comunque compreso - diciamo - entro i dieci, fino ad arrivare ad oltre il centinaio. E quasi ognuno di loro dirà che il freno ai loro acquisti è dapprima dettato dallo spazio disponibile (“Non so più dove metterli!”), poi da eventuali ostacoli familiari (“Mia moglie mi caccerà di casa se compro un altro modello!”) e solo secondariamente da questioni economiche. Perché sì, i modelli costano: diciamo da circa 200 euro a qualche migliaio.
Curiosamente, poi, capita spesso che molti di questi modelli non vengano nemmeno usati. È il caso di Corrado (nome di fantasia, ndr). In casa dichiara di avere circa 150 modelli tra aerei, barche, macchine e moto radiocomandate. Ma alla domanda: “Ma sei in grado di usarli tutti?” la risposta è “No”. E quando gli chiedo quand’è che è stata l’ultima volta che è venuto a volare al campo, mi risponde: “Mesi fa”, con una media di forse una/due volte l’anno.

È dunque evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno quantomeno strano. E quando ho commentato questo fatto con un collega di volo, la risposta è stata: “Beh... c’è anche chi ama il collezionismo...”. Tuttavia no, non sono d’accordo. E vediamo perché.

Proprietà del collezionista (riduco il tutto ad un discorso semplicistico) è quella di raccogliere in maniera perlopiù mirata e razionale, la maggior parte di “oggetti” (chiamiamoli genericamente così) legati da una o più caratteristiche che li accomuni. Ad esempio: i dischi dei Beatles usciti in ogni paese del mondo; gli orologi Cartier; ma anche i fumetti di Tex; qualcuno poi colleziona autografi dei vip, ecc.   Il lavoro del collezionista è dunque preciso (cerco quel disco, quel numero di fumetto, quella edizione del libro ecc.) e ha poco a che fare con una sorta di bulimia dell’acquisto. Cioè difficilmente lo vedremo nelle bancarelle comprare chili di libri, seppur legati al suo oggetto di interesse. Semmai lo vedremo nella libreria antiquaria cercare quel libro, di quell’anno, di quell’editore ecc.

Dalla parte opposta troviamo invece quello che definirei un accumulatore seriale, spinto da una bulimia d’acquisto che dunque riempie la casa, godendo del suo nuovo acquisto solo per il breve lasso di tempo necessario alla transazione economica, l’arrivo a casa e l’eventuale stoccaggio dell’oggetto. Il piacere, dunque, è momentaneo e non nasce dall’uso frequente, semmai dal possedere, raggiungendo i picchi all’atto dell’acquisto (o dell’attesa del corriere che lo consegnerà) anche se conditi spesso da sensi di colpa: “Accidenti quanto ho speso! Devo trattenermi se no...”. Ed ecco che scatta la spirale a cui ho accennato prima: non si dice “se no non so come pagare le bollette”, piuttosto “se no mia moglie mi ammazza”, “se no mi sbattono fuori di casa” e così via. C’è dunque una deviazione del senso di colpa, scaricato non su di sé ma sull’altro. È come dire: io riconosco di aver esagerato solo alla luce del possibile rimbrotto altrui. Diversamente, se il soggetto vivesse da solo, probabilmente non proverebbe nemmeno un velato senso di colpa. O quantomeno durerebbe pochissimo, subito "perdonato" da se stesso.

Tra gli opposti estremi del collezionista e dell’accumulatore seriale, c’è poi una vasta schiera di modellisti che hanno un numero di modelli meno eclatante ma che, soprattutto, li usano almeno nel 60/70% dei casi. E alla domanda  legittima di chi è esterno a questo mondo - “Ma non ve ne basta uno, due?” - la risposta può essere semplice: “Quante magliette/scarpe/T-shirt hai nell’armadio? Non te ne basta la metà?”. Sì, perché il modello può essere paragonato ad un abito: ha caratteristiche (non solo estetiche) che lo rendono unico e pertanto ha un ruolo preciso in una ipotetica scala di gradimento di chi lo possiede. Oggi mi va di usare il modello X, domani l’Y, perché... ho voglia di un modello più veloce, ho voglia di vedere una “riproduzione”[1]  solcare il cielo, e così via.

Una cosa interessante da sottolineare è poi il fatto che spesso non c’è correlazione diretta tra disponibilità finanziaria e impulso all’acquisto. Certo, chi ha più soldi potrà spendere a cuore più leggero, ma anche chi non naviga nell’oro certamente troverà il modo di riempire la casa di modelli, seppur in misura ridotta. Magari comprando di seconda mano o a rate.

In conclusione: gli “anziani” dicono spesso che il
modellismo è una malattia. Questa può essere una “meravigliosa malattia” in quanto credo fermamente che offra stimoli e imponga un’educazione di alto livello a chiunque lo pratichi con serietà e costanza (ad esempio aiuta a superare i propri limiti, ci impone umiltà, pazienza, socialità con gli altri soci del campo, stimola la manualità, ci fa vivere ore all’aria aperta ecc.) ma dall’altro può scatenare sindromi talvolta perverse che ci fanno accumulare senza goderne, favorendo un consumismo istantaneo che - come detto - scatena il piacere solo all’atto dell’acquisto. D’altra parte non dicono forse i saggi che il piacere sta proprio nel desiderio?



[1] Si chiamano così quei modelli che riproducono fedelmente aerei (o barche, macchine, elicotteri ecc.) realmente esistenti o esistiti

lunedì 21 giugno 2021

L'inchino del vento

Chi legge queste pagine, sa bene che - se voglio volare - io non amo il vento, in quanto rappresenta una ulteriore fonte di rischio a cui volentieri faccio a meno. Avendo un modello leggero, infatti, rischio di venire sollevato e sbatacchiato come la tenda di una finestra aperta. Tant’è. Quest’anno in particolare, però, pare che non ci sia giorno al campo senza la sua consueta dose di vento.

Una volta raggiunto, il più delle volte mi capita di passare decine di minuti in “piccionaia” con l’occhio fisso alla manica a vento, in attesa che si disponga lungo una traiettoria ottimale, o che comunque segni che il vento è in calo. Un tempo certamente avrei evitato tanti voli che ora invece faccio, nonostante le folate insidiose. Se però l’aria è troppa, no. Allora mi fermo. Aspetto.

Una cosa curiosa che almeno due o tre volte è successa è però questa: d’un tratto il vento cessa; la manica a vento diventa una matita verticale. Ed io, che sono già in “agguato”, decollo immediatamente per non perdere quell’insolita pausa. Durante i circa 5 minuti di volo tengo sempre all’erta occhi e pelle per capire se per caso il vento è ripreso. Ma nulla... “Forse ce la faccio”, mi ripeto. E infatti atterro senza vento e dunque senza patemi d’animo. Raggiungo il modello, percorro quei 30 metri che mi separano dalla piccionaia e... ed ecco che il vento riprende. Prima una folata. Poi due, tre. Infine diventa teso e costante.


So che non è vero, ma mi piace pensare che quella pausa sia stata un omaggio di Eolo ai miei limiti. Una sorta di inchino a Darko e il suo pilota. Un inchino del vento, a cui altri arditi, ora, stanno lanciando la sfida rullando sulla pista...

lunedì 22 marzo 2021

La passione... raddoppia!

D
opo il successo di Voglia di volo. Emozioni, gioie e paure dell'aeromodellismo raccontate da un giornalista-pilota (3ª edizione 2019), ecco un nuovo libro che vi farà dubitare di conoscere veramente l'anima dei vostri modelli. Riporto qui di seguito la scheda introduttiva pubblicata sulla piattaforma Amazon:

"Una volta letto, non riuscirete più  a vedere i vostri modelli con gli stessi occhi di prima...". Con questa promessa Stefano Nicelli - già autore di Voglia di volo. Emozioni, gioie e paure dell'aeromodellismo raccontate da un giornalista-pilota (Amazon, 3a edizione 2019) - presenta questo suo nuovo libro, che idealmente si pone come un prosieguo del primo. Se infatti Voglia di volo è un "diario cronachistico ed emotivo" dei suoi primi sei anni di attività, questo Fame d'aria. Storia di un modello che osò volare è invece "una storia tenera, dolce, malinconica e per certi versi tragica" che vede come protagonista "un aereo acrobatico che si rende conto di vivere una vita angusta nel suo volare 'tranquillamente' al campo, e decide così di compiere un gesto tanto estremo nelle sue conseguenze, quanto anarchico nel significato".
Prendendo spunto da alcuni episodi realmente successi al campo volo, l'autore tesse così una storia il cui impatto è capace di creare un solco indelebile nelle nostre emozioni. 

Fame d'aria. Storia di aeromodello che osò volare
pp. 102
Euro: 12,00

Lo trovi solo su Amazon qui




martedì 23 febbraio 2021

Hanno sempre ragione loro

«Alla fine... hanno sempre ragione loro!». Ho sentito pronunciare questa frase nel bel mezzo di un pomeriggio tanto uggioso quanto ventoso, ma non da un adolescente irritato - come potrebbe sembrare di primo acchito - bensì da un anziano collega e amico di volo, che per giunta è stato anche mio “maestro”. E quel “loro” era riferito ai modelli.

Giornata strana quella. Ero arrivato al campo per scaricare due batterie che ormai da giorni erano cariche, e che non avevo potuto sfruttare per un micidiale susseguirsi di maltempo, impegni e altro. Così mi ero ripromesso di evitare un’altra messa in
storage1 e di volare. Le previsioni meteo promettevano bene. Salvo poi capire che avevano preso uno svarione. Il cielo previsto come “parzialmente nuvoloso”, era di fatto una coperta livida di nubi. Il vento a 8 km/h sembrava avere un valore almeno del doppio. Così ho atteso per due ore, con un freddo pungente nonostante i 10° di temperatura, che tuttavia sembravano essere molti di meno rispetto ai 4° subiti solo due giorni prima. Ero quasi convinto di non volare, dato il vento teso e per di più posto in linea opposta alla normale traiettoria di decollo. Insomma, avrei dovuto decollare “al contrario” e comunque affrontare temibili folate per quel peso piuma del mio Darko.

Masticavo rabbia e delusione quando il mio amico/collega anziano decolla. I suoi anni di esperienza fanno un baffo al vento. Beato (o meglio, bravo) lui... Tuttavia poco dopo qualcosa non va. Tenta il rientro ma il suo bestione di balsa non arriva neanche in pista e si appoggia pesantemente su un cavo teso, provocandone ferite non gravi ma invalidanti. «Wow... andiamo bene», inizio a pensare. Poco dopo è il turno di un altro modello. Siamo solo in tre a volare oggi, me compreso. Si tratta di un collaudo, ma arrivato a terra, il modello smusa e piega il carrello. Due KO su due! Inizio a pensare che sia meglio tornare a casa. Vento + freddo + sfiga... No. È troppo!

Eppure non so perché dico: «Dai, aspetto ancora 10 minuti». E così faccio. E... miracolo. Il vento cala. Sono già le 16.00 circa. Al che, mando a quel paese i miei timori e infilo i due voli previsti di Darko uno dietro l’altro, come se non ci fosse un domani. Tutto bene. Perfetto. Bacio il mio modello sulla capottina e sono felice come il giovane che ha strappato un sorriso alla più carina della classe. Mi avvicino gongolante al tavolo, mentre il mio mentore apre il suo bestione come un chirurgo capace. E sereno.

Un breve esame e poi il responso: due guasti meccanici hanno determinato le condizioni per la caduta. E il commento: «Alla fine hanno ragione sempre loro».

Curioso. Ho sempre pensato (e scritto e detto) che i modelli hanno un’anima. Ma nel senso che hanno un cuore, lo stesso che per assurdo ti rincuora mentre volano sereni e tu invece sei teso sulla radio perché è tanto che non voli, perché quel giorno sei particolarmente stanco, o perché quella solita vocina maligna ti dice che quel giorno sarebbe stato meglio restare a casa. Un cuore “positivo”, dunque, propositivo. Invece quel “in fondo hanno sempre ragione loro” mi ha aperto uno scenario diverso. Mi hanno cioè prospettato un cuore più “capriccioso”. Ma cosa vuol dire, di fatto? Che se un modello cade, in un certo senso non è mai colpa del modello: o hai sbagliato tu qualche manovra; oppure è subentrato un evento esterno (es. interferenza radio); o ancora - come in questo caso - se uno o due guasti meccanici incorrono in volo, non c’è Icaro che tenga: il modello cade. O anche solo ti mette in difficoltà tali da provocare un possibile crash.

Ecco allora che l’anima dei modelli si completa, a favore di un cuore a tutto tondo. Quasi più umano. Dolci, rassicuranti, gagliardi, ma anche spietati. È come se dicessero: «Caro mio, se mi si rompe un pezzo non posso volare; o prevedi tali incidenti con un'assistenza che vada anche oltre il normale funzionamento, oppure non c’è verso. Cado».

Per farla breve, è inutile invocare la sfiga. Una ragione c’è sempre, e non dipende mai dal cuore del modello. Semmai dai suoi arti, i suoi nervi, il suo sistema propulsore. O da chi li governa aggrappato alla radio.

Facciamocene una ragione. In fondo, aveva ragione un mio amico d’infanzia quando diceva: «Il motore è il miglior amico dell’uomo. Ti dà tutto. Fino a quando qualcosa si rompe e allora non ti dà più nulla».


1 - Procedura grazie alla quale una batteria viene portata (o riportata) a circa 1/3 di carica, preservandone così l'efficienza

lunedì 18 gennaio 2021

Un mondo sospeso

L’asta della manica a vento, oggi, è una stalattite di brina che si erge nuda verso un cielo color pastello. Come l’albero maestro di un vascello incagliato nei rigori dell’inverno, mentre ai suoi piedi un mare di brina congela il verde di un’erba che aspetta quieta di crescere, tra macchie di terra nuda e lombrichi che neanche hanno più voglia di fare danni.

C’è una fissità irreale in questo lembo di mondo perduto nei boschi. Tutto appare bloccato come in un gelido incantesimo che ha fissato all’istante ogni rumore, voce, ma anche aspettativa e breve sogno di gloria aeronautica. E il sole che sbuca timido e scialbo dietro ad una coltre di nubi, nemmeno ce la fa a sciogliere i lacci che bloccano tutto come un mondo sospeso dentro una sfera di vetro da agitare per vedere una finta neve scendere rigogliosa.

Oggi tutto è silenzio, in questo inverno che s’ha da passare scaldando sogni ed emozioni, insieme a batterie e motori. In questa sospensione del tempo dettata dalla paura, dalle leggi di chi la antepone al calore di cuori che osservano questo mondo di brina e freddo, scrutando il meteo e la speranza di nuove ripartenze.

Oggi s’ha da guardare le nostre bestiole volanti con lo sguardo dolce del padre che osserva il bimbo febbricitante e incagliato tra lenzuola e attenzioni, mentre non aspetta altro che correre di nuovo nell’aria fresca d’una primavera che arriverà anche quest’anno. Perché sì, verrà ancora il tempo in cui il sole scioglierà questo incantesimo e - come per magia - ogni parola, emozione, suono sospeso nella fissità del ghiaccio, tornerà a sciogliersi e a rivelarsi - magari di mattino presto, quando non c’è ancora nessuno - ai pochi piccioni che aspettano ancora di inseguire i loro goffi compagni di balsa e polistirolo, tubando eccitati e  divertiti.