lunedì 28 settembre 2026

Una piccola metafora della vita

Ho sempre pensato che l'aeromodellismo   per certi versi potesse essere visto come   una piccola metafora di ciò che accade   nella vita. Non fosse altro per il fatto che al campo ognuno di noi porta ogni volta non solo il suo modello, ma anche tutto il bagaglio di pensieri, esperienze, emozioni, gioie e delusioni che ha raccolto durante la settimana.
La riprova l'ho avuta ieri. Due giorni prima, in un venerdì di volo assolutamente inconsueto per me (in genere non vado durante la settimana), avevo fatto volare Darko, il mio "storico modello" che mi accompagna da ormai dieci anni (cfr. foto) e che è stato protagonista di mille gioie e anche mille "lacrime" per tutta una serie di incidenti che ha avuto. Dopo qualche mese che aveva ripreso a volare (cfr. Ho rotto… l'incantesimo) complice probabilmente un insidioso vento trasversale alla pista, di fatto ho "scarrellato", ovvero sono atterrato malamente provocando il distacco del carrello di atterraggio. La cosa mi ha sorpreso ed avvilito, perché ormai era mesi che non si erano verificati incidenti, per cui avevo riacquistato fiducia me e nel modello.
Fortunatamente un amico/collega che lo aveva sistemato già altre volte, lo ha subito preso in carico per le opportune riparazioni. Fatte a tempo di record. Dopo due giorni era infatti già a posto. Si trattava allora di farlo volare ancora ma... ecco tornare la paura. Esattamente come quando hai un incidente in auto e temi di risalirci sopra.
L'ultima volta che era successa una cosa del genere (cfr. Ho rotto... l'incantesimo) Darko era stato fermo per mesi interi. Questa volta rischiavo altrettanto. Sentivo già crescere in me il pensiero "La prossima volta uso l'altro modello, poi riprendo Darko". Una scusa dettata dalla paura che il patatrac potesse accadere di nuovo. Ma, conscio di quello che era successo, questa volta non volevo che accadesse. Così per mezza giornata mi sono detto: "No... usa Darko, altrimenti lo metti di nuovo a  riposo". Fino ad un più deciso: "Prendi 'sto cazzo di modello e fallo volare!". Così domenica ho preso Darko e sono andato ad un ennesimo appuntamento con la paura al campo.

Eravamo in tre. Io, la mia paura e proprio il mio amico che mi aveva sistemato il modello.
Lui non poteva sapere che il mio era un ennesimo "appuntamento con la paura". Esattamente come non poteva sapere quanti chili di gioie, paure, lacrime e speranze avevo raccolto dall'ultima volta che ci eravamo incontrati. Esattamente come accade nelle dinamiche della vita. Io, determinato come Russell Crowe ne "Il gladiatore", ho fatto tre voli. Tutti bene. Avevo ancora una batteria ma una vocina (forse di paura) mi ha detto. "Per oggi basta così!". Era andato tutto bene e non volevo che qualcosa rovinasse l'esito positivo. Così ho dato ascolto a quella vocina. La paura non è stata sconfitta del tutto, ma quantomeno domata. Ed è questo l'importante. Esattamente come accade nella vita. 

giovedì 6 agosto 2026

Darko... mon amour

Darko
S
e c’è un grazie che devo dare, a parte gli amici attuali e gli ex soci del Gruppo Modellisti di Ceriano, questo è per Darko, il mio modello (1100MM MXS della Fms RocHobby) che da circa 10 anni vive e vola con me. Lo comprai subito dopo il mio primo aereo scuola (un U Can Fly della Hype, uno degli ultimi prodotti nel 2013) e ricordo ancora quando chiesi consiglio al mio mentore: “Può essere adatto a me?” chiesi con una punta di ansia, in quanto mi piacque subito. “Sì…” fu la risposta, nonostante sia un modello nato per fare acrobazia. E così fu.

Negli anni Darko ha subito tanti incidenti. Ha subito tante crisi di "rigetto", restando a lungo immobile in quanto io ero shoccato dopo un crash rovinoso. Anche recentemente, tra il 2025 ed il maggio 2026 è rimasto fermo per mesi. Ma poi alla fine l’ho riportato a volare. E nel farlo provo a pieno tutta l’emozione delle prime volte. Come ieri. Vederlo prendere quota in maniera perfetta, con quel suo giallo della livrea che si fondeva col cielo azzurro di un torrido pomeriggio d’estate, è stato bellissimo. Così come - è successo tante volte - vedere gli ultimi bagliori del sole d’inverno riflettersi mentre fai una virata “a coltello”.

Yusha
Grazie perché è il modello che più di altri (ora ho anche Yusha da circa 20 mesi)  mi ha dimostrato la bellezza di questo hobby. Perché in taluni punti è più colla che aereo. Perché come me porta addosso le offese del tempo e lo strazio delle cadute. Perché nonostante tutto, nonostante le mille riparazioni, vola ancora da Dio.

Grazie Darko per avermi insegnato a volare. Non sarò un pilota provetto. Non farò fuoco e fiamme in acrobazie mozzafiato. Ma ogni volta, nelle diverse centinaia di voli che ho fatto, in cielo sale un modello, un sogno, una passione.

mercoledì 5 agosto 2026

Gli incontri, quelli belli...

Questa mattina. Bar di Seveso. Ore 8.00. Prendo un caffè e sto per pagare alla cassa. Oggi andrò al campo per cui indosso la maglietta col logo del gruppo. Un signore già avanti con gli anni, gentilissimo, si avvicina e mi chiede: "Scusi... ma questa maglietta... è vera o è solo così...". Gli rispondo che è vera e che sono presidente del GMSC. Apriti cielo! Lui è felice come chi, in mezzo alla giungla dell'Asia meridionale, riconosce la voce di un italiano. Inizia dirmi che anche lui è aeromodellista ma guida anche macchine ed elicotteri. A lato la moglie sorride, compiaciuta e forse anche rassegnata. È un attimo e parliamo di motori a scoppio, elettrico, campi che non ci sono più e nomi che però a me non dicono nulla. "Vola a...." come se conoscessi chiunque vola in Lombardia!
Ho adorato questo incontro. Gli ho lasciato il biglietto da visita del Gruppo e sono certo che lo rivedrò al campo. Questo è lo spirito di gruppo che mi piace e che cerco da anni di trasmettere. Uno spirito di appartenenza, uno spirito che ti fa sentire "membro di una comunità" di cui io francamente vado fiero da 13 anni.

sabato 13 giugno 2026

La maledizione dell'ultima corsa

Nel corso degli anni mi è capitato spesso di verificare come l’ultima sessione di un evento ripetuto sia quello più pericoloso, ovvero quello più soggetto a sfiga. Ad esempio so di molti sciatori che dopo una intera giornata passata sulle nevi, proprio all’ultima discesa prima di tornare a casa si sono rotti i legamenti del ginocchio. Oppure di piloti d’auto che proprio nell’ultima corsa prima di ritirarsi sono morti. Di paracadutisti che hanno avuto la stessa sorte all’ultimo lancio.

Nel mio piccolo ho vissuto anch’io questa sorta di “ultima maledizione”. Più volte l’ultima batteria della giornata ha riservato sorprese amare, tanto che ancora oggi quando metto via la penultima senza aver avuto alcun incidente (in genere ne uso quattro) mi viene da pensare: “Perché non mi accontento e mi fermo qui?”. Però quella quarta batteria ti guarda, turgida di energia. E non sai se sia una sirena che ti ammalia per poi fregarti, oppure semplicemente un dispositivo per accumulare energia che ha solo voglia di darsi una scrollata e fare ciò per cui è nata.

Ebbene ieri pomeriggio ero al campo col mio vecchio e amato Darko (nella foto), ripreso in mano dopo mesi di buio e paura di cui ho parlato nei miei post precedenti a questo. Dopo tre voli buoni, nonostante un venticello dispettoso che mi ha fatto venire alla mente le parole di un collega che diceva: “Devi fartelo amico il vento!”, ho pensato: "Facciamoci anche l’ultima batteria, dai!".

Così decollo. Svolazzo e tengo a bada la manica a vento, promettendomi di atterrare anche prima del dovuto, qualora il vento (che nel frattempo si era messo di traverso) fosse calato. E così accade. Preparo il circuito di discesa, rallento, cabro… ma in un istante (forse complice quello stronzo di vento) vedo Darko arrivarmi addosso come un cane festoso. Ho tre millisecondi per fare qualcosa. Agisco, ma purtroppo faccio la scelta sbagliata. Darko tocca l’ala a terra, fa una piroetta e si butta a terra. Fortunatamente senza danni.

Merda, lo sapevo! La maledizione dell’ultima corsa! A quel punto avevo finito le batterie ed era ora di tornare a casa. Ma… porca miseria no! Non posso tornare a casa con quella macchia sul mio onore di pilota. Perché mi conosco e se lo faccio ci rimugino sopra per una settimana.  E poi soprattutto dopo quei mesi di paura a cui ho già fatto cenno e dunque col rischio concreto che i fantasmi di un incidente precedente si risvegliassero. Così decido di fare qualcosa per me folle: un ultimissimo volo. Giusto un decollo ed un immediato atterraggio per dimostrare a me stesso, alla sfiga, al fato, al vento e agli dei del bosco che “dio bono lo so pilotare ‘sto cazzo di aereo e quello successo era solo un piccolo incidente”.

Così frugo nella cassetta degli attrezzi e ausculto una ad una le batterie per capire se ce n’è una con ancora un soffio di vita. La numero 1 ha il 26% di carica. Vada! Sono lanciatissimo!

“Pazza idea” canterebbe Patty Pravo. Ventisei per cento di carica? Vuol dire che se ti va di culo ne hai a disposizione il 10%. Ma al diavolo. Decollo, sperando che gli ultimi elettroni di vita della batteria non mi mollino, viro, preparo la discesa e…. faccio atterrare Darko come un cagnolino obbediente.

Tiro un sospiro di sollievo. Ho avuto la mia risposta. I fantasmi per oggi possono tornare là dove sono usciti. 

Ora sì, posso tornare a casa tranquillo!

sabato 16 maggio 2026

Quelle parole che ti portano fuori dal mondo

«Ci vediamo al campo!». Ho sempre amato questa espressione tanto da dedicarci già un articolo nel 2022 ma ci torno ancora. Mi piace soprattutto per due motivi: il primo è che di fatto rappresenta l’espressione di un linguaggio “settario”, cioè che accomuna una cerchia definita di persone, in questo caso i soci del Gruppo. Chiunque di loro sa cosa intendo dire con questa frase; senza aggiungere altro. La seconda è che “il campo”, ovvero quella striscia di erba in mezzo al bosco (vedi foto a destra), di fatto rappresenta un luogo sì concreto, ma anche simbolico. Essendo la sede deputata per praticare il nostro hobby, diventa anche un luogo fuori dal mondo, una sorta di paese dei balocchi di Collodi dove la realtà si ferma fuori e vigono le sole regole del gioco. Dire allora “ci vediamo al campo” è come dire “ci vediamo in un’altra dimensione”, “ci vediamo appena lì oltre il confine della realtà”, quella fatta di quotidianità, preoccupazioni, soddisfazioni, routine, noia ecc.   

Ricordo il giorno successivo al funerale del nostro presidente (giugno 2022). Un gruppo di noi si ritrovò proprio “al campo” per condividere il dolore, lo sgomento, lo smarrimento derivante dalla perdita di una persona comunque importante. Ecco allora che il campo divenne “culla”, “abbraccio”, “comfort zone” per soci ed amici disorientati. Ovviamente è tutto frutto di una esternazione psicologica. Di per sé è solo un pezzo di terreno agricolo, ma è proprio la nostra mente e la nostra sensibilità a dargli il valore di cui parlo. Allo stesso modo, però, anche una mela può diventare significativa, allo stesso modo in cui un accendino ormai scarico per me, da giovane, aveva un significato particolare solo perché appartenente alla ragazza che amavo.

«Ci vediamo al campo» crea familiarità; empatia; relazione. Fa gruppo. Identifica il gruppo. E lo porta fuori dal modo, fosse pure per poche ore. Allo stesso modo, ho sempre amato poter entrare nel solito bar frequentato e dire semplicemente “il solito, grazie”. O, meglio ancora, vedere che il barista appena ti vede già prepara la tazzina di caffè col latte ed il dolcificante.  

Piccole cose che ti fanno rendere conto che, oltre al mondo, esiste anche il tuo microcosmo; il tuo branco, al quale servono poche parole. Talvolta neanche quelle…

martedì 12 maggio 2026

Piccola riflessione di una domenica uggiosa



Sarà pure scalcagnato, decimato; sarà pure che riusciamo a fare quattro cose in croce e senza fuochi d'artificio; sarà pure che abbiamo attraversato mille crisi, e che tante volte la burocrazia o la stessa posizione geografica ci ha messo in difficoltà e ha rischiato di cancellarci; sarà pure -  a sentire i più "anziani" - che lo spirito di vent'anni fa è cambiato e che abbiamo subito (in maniera provvisoria o definitiva) perdite importanti… Eppure… io a questo Gruppo ci tengo e da 13 anni ripeto che sono orgoglioso di farne parte. A maggior ragione oggi che lo "guido" seppur formalmente. Perché quando penso che abbiamo più di 50 anni di vita, che questo pezzo di terra perso nel verde della Brianza ha visto intrecciarsi sogni, paure, gioie e lacrime, veleni e risate, e nonostante tutto siamo ancora qui in "piccionaia" a vedere gli amici volare, a sparare cazzate bevendo un caffè che Dio solo sa quanto possa essere salutare, e godere di ore insieme all'aria aperta… Beh… dico che stiamo portando avanti un testimone importante, anche se non ho idea a chi un domani lo lasceremo.

sabato 9 maggio 2026

Ho rotto... l'incantesimo!

Darko
Sei mesi. Centottanta giorni. Tanto è durata la mia paura. Quale? Quella di riprendere in mano il mio amato Darko (nella foto) dopo che a novembre si verificarono in una stessa giornata  ben tre atterraggi consecutivi piuttosto goffi e tali da ferire il carrello in modo piuttosto serio (Cfr. Appuntamento con la paura). Questo dopo mesi interi in cui non avevo avuto alcun crash. Quei tre pugni nello stomaco mi avevano spaventato; non riuscivo a capire cosa fosse successo. Ma soprattutto era come se Darko avesse tradito la mia fiducia. Era il mio modello “comfort”, quello che usi per rilassarti tanto lo conoscevi (centinaia di voli) eppure… Qualcosa si era rotto. Un graffio nella fiducia reciproca. Un graffio divenuto presto ferita sanguinante, tanto per per 6 mesi avevo letteralmente paura di riprenderlo in mano. Chi era diventato Darko? Una docile bestiola volante oppure un essere animato che senza preavviso mi aveva sferrato non uno ma ben tre morsi al cuore?
 
Per sei mesi ho guardato Darko appeso al soffitto a prendere polvere. Nonostante un amico avesse fatto un sapiente intervento ortopedico al carrello, rendendolo di fatto nuovamente funzionale. Ma ero io che non funzionavo più. Avevo paura. Sì. Tanto che per sei mesi ho volato solo con Yusha (il nuovo modello ad ala alta).   
 
Mille volte mi sono detto: “Oggi lo metto in pista”, salvo poi decidere che non me la sentivo, e scegliere dunque l’amico-collega Yusha. Oggi invece no. Dopo 6 mesi ho rotto l’incantesimo.
In effetti da tre giorni mi dicevo: “Sabato prendo Darko. O la va o lo spacco”. E giuro che fino a quando sono salito sulla scala per calarlo a terra dal soffitto dov’è alloggiato e togliergli un dito di polvere, ho avuto mille esitazioni. Ma oggi ero troppo deciso. Basta. Vado. Arrivato al campo ho pensato: “Oggi torno con un enorme sorriso oppure affranto. Non c’è alterativa. Sono fottuto. Ormai sono qui”.
 
Il dresscode era ovviamente studiato: maglietta del Gruppo che ho l’onore di presiedere (tipo coperta di Linus) e pantaloni mimetici, perché in fondo andavo in guerra contro la paura.  Contro 6 mesi di paura. Senza pensarci inforco la prima batteria turgida di energia. Prendo Darko e lo piazzo in pista. Non devo pensare troppo. Parto. Guadagno aria e fiducia. Darko è veloce, molto più veloce di Yusha. Mi ero quasi dimenticato di questo particolare, così viaggio a tre quarti di gas. Ma vola bene, nonostante il motore canti in modo che mi suggerisce che l’elica va messa meglio. Conosco la sua voce e in quel caso aveva il "catarro nei magneti". Passano 5 minuti. Arriva il momento temuto per 6 mesi: l’atterraggio. Invoco ogni santo del cielo e l’anima del mio ex presidente del campo, scomparso 4 anni fa. E… atterro. Mi fermo. Tutto bene. Oh mio Dio!
Ma penso: può essere solo un colpo di fortuna. Devo fare una seconda prova. E così riparto con una nuova batteria e… atterro come se non ci fosse un domani. Oh mio Dio! Ho rotto l’incantesimo. Un terzo e ultimo volo chiude la giornata.
 
Prendo Darko, gli mollo un bacio sulla naca e risalgo in macchina. Il percorso verso casa l’ho fatto ascoltando a tutto volume Dancing Queen degli Abba e concedendomi un urlo liberatorio.

venerdì 14 novembre 2025

Appuntamento con la paura

Oggi avevo un appuntamento con la paura. Al campo volo. Uno di quegli appuntamenti che non cerchi di evitare, piuttosto vuoi affrontare il prima possibile per darti delle risposte. Ed io di risposte ne cercavo, da me stesso.

Antefatto. Sabato scorso, cioè circa una settimana fa, ero andato al campo questa volta scegliendo il buon vecchio Darko come modello. Preciso che sono almeno 9 anni che ci volo, quindi penso di conoscerlo. Invece…
Al primo atterraggio faccio un casino incredibile tanto che il modello schizza nell’area piloti, per fortuna senza danni per le persone e il modello stesso. Io rimango basito. Direi proprio scioccato: un po’ perché  qualcuno poteva farsi male, un po’ perché non sapevo proprio spiegarmi come diavolo fosse potuto accadere. Fatto sta che ripiglio Darko e riparto subito. Era fondamentale non fermarsi, non cedere alla paura e allo sgomento. Secondo atterraggio brutto. Il carrello di Darko sembra una molla che appena tocca terra lo fa schizzare.  “Ma che diamine succede!” mi chiedo con un linguaggio però molto meno forbito. Sono sconvolto. Terzo atterraggio: il carrello si allarga facendo smusare Darko in modo impietoso. “Oh cazzo… che mi succede?”. Per farla breve, quel sabato è stato un vero disastro. Torno a casa con l’umore non sottoterra, ma proprio decine di chilometri sotto; l’autostima agli sgoccioli. E, cosa peggiore, mi sento “tradito” dal modello. In più non sapevo davvero darmi una spiegazione a quella disfatta.

Mi conosco e queste cose non passano tanto a cuor leggero. Cioè lasciano il segno, il primo dei quali era un atroce dubbio: “Ma so ancora atterrare o no?”. Un dubbio legato a doppio filo alla paura. No… toglietemi altro ma non il volo! Così passo due giorni davvero in stato di choc emotivo. Dovevo tornare al campo il prima possibile, magari usando questa volta l’altro modello, Yusha (nella foto). Dovevo avere una risposta alla domanda atroce: “Ma io so ancora atterrare?”.
Nel frattempo chiamo in causa ogni possibile memoria di concetti psicologici per aiutarmi. E anche razionali: mi dico infatti che “porca miseria, volo da 13 anni e avrò fatto centinaia di atterraggi, e non disimparo certo in un giorno!”. A questo aggiungo lunghe sessioni al simulatore al computer di casa. Decine di volte riprovo l’atterraggio per capire, per darmi conforto. C’era però un appuntamento fondamentale e chiarificatore: quello dal vivo, al campo. Insomma dovevo alzarmi di nuovo in volo e vedere effettivamente cosa ero in grado di fare. C’era un appuntamento con la paura. Ineluttabile.

Oggi sono andato a quell’appuntamento. Risoluto come Russell Crowe nel Gladiatore, ma anche consapevole che ulteriori  cadute rovinose avrebbero minato in modo significativo  la mia mente. Su Yusha oggi c’era una grossa responsabilità: darmi una risposta alla domanda se sapevo ancora atterrare.
Raggiungo il campo concentratissimo. Oggi è una giornata uggiosa e siamo davvero in tre gatti: io e due colleghi. Preparo il modello con la cura di un chirurgo ma anche con il cipiglio di chi dice: “Mo’ ti faccio vedere cosa so fare”. Decollo, svolazzo ma è di lì a pochi minuti che c’è il varco da passare: l’atterraggio.
Faccio l’ultima virata a sinistra con mezzo motore. Come sempre il modello perde un po’ di portanza e scende di un metro. Lo riprendo con il cabra (cioè alzo il muso). Lo livello e controllo il motore. Tocca terra. Scorre…ma sono proprio ai limiti della pista, per cui inciampa nell’erba alta e si ferma a pancia in su, dopo una capottata goffa. “Uhmmm… potevo fare meglio. Sono stato troppo prudente a tenermi lontano dalla zona piloti”. Non mi dò una medaglia ma nemmeno mi scoraggio. Me lo aspettavo come primo atterraggio dopo il fattaccio. Risalgo altre tre volte e questa volta gli atterraggi sono tutti buoni.
Yusha (che guardacaso in giapponese significa “coraggioso”), mi ha risposto: “Sì… sai ancora atterrare”. Fra un po’, dopo aver fatto una modifica al carrello, riprenderò in mano Darko e lì sarà un ulteriore banco di prova. Un altro appuntamento con la paura. Ma per oggi va bene così…

lunedì 1 settembre 2025

Sangue freddo!

Sangue freddo. È un'espressione spesso utilizzata per invitare ad affrontare con lucidità una situazione difficile, senza cedere al panico. Il più delle volte la si usa magari a fronte di eventi difficili della vita, ma che comunque raramente richiedono un intervento in pochi secondi. Invece… a me è capitato ieri.

Ero (finalmente) al campo dopo almeno 15 giorni di rinvii. La voglia di volare si era dunque accumulata tanto che avevo caricato tutte e quattro le mie batterie a disposizione (in genere faccio solo 3 voli, quindi ne uso 3). Vista l'erba un po' alta, decido di usare Yusha che ha le ruote del carrello più grosse. Faccio tre voli nel giro di 90 minuti. Tutto ok. Poi decido di fare l'ultimo. Delle 4 batterie, una è diciamo "meno performante" di altre. Per cui tendo la lasciarla per ultima. Casomai non la utilizzassi, sarebbe un "danno" lieve. Per la precisione è la numero 3 (visto che sono identiche le numero per distinguerle). Complice una imperdonabile leggerezza  - non verificare la carica di ogni batteria prima di inserirla nell'aereo, cosa che invece faccio ogni volta da 10 anni - non mi accorgo di rimettere dentro alla fusoliera la batteria numero 4 che avevo già usato in precedenza, convinto che fosse quella ancora da scaricare. Ciò vuol dire che invece di poter godere del 98-99% di carica, ne avevo forse solo 30-35%.  Il dramma era subdolamente dietro l'angolo.

Decollo. Tutto ok. La batteria suo malgrado reagisce a questo surplus di richiesta di energia. Dopo 2 minuti e mezzo (cioè circa metà del mio normale tempo di volo) mi accorgo di un impercettibile sussulto, poi sento il rumore tipico di quando l'autovettura "beve" l'ultima goccia di benzina del serbatoio, e vedo Yusha rallentare in modo drammatico. "Merda! È saltata la batteria!" Penso mentre una scarica di paura mi attraversa le mani. In tre secondi mi sono dunque reso conto che: 1) avevo un problema serio; 2) che Yusha non aveva più motore; 3) che dovevo fare un atterraggio di emergenza che fosse il meno rovinoso possibile, ma ero ben lontano dal punto in cui di norma faccio l'ultima virata per atterrare.
Non so se l'esperienza o cosa, fatto sta che il mio corpo si è posto in modalità "Houston abbiamo un problema…": ovvero concentrazione a mille e panico soffocato. Ci sarà tempo dopo per scaricare tutta la tensione. Faccio veleggiare Yusha cercando con l'occhio la parte di terra che potrebbe essere meno rovinosa in caso di caduta goffa. Sorvolo un pezzo di terra coltivata, poi per miracolo raggiungo un lembo di pista e faccio posare Yusha in modo sgraziato ma intero. Lo raggiungo con l'ansia di vedere il carrello azzoppato, ma è tutto intero. Così lo raccolgo e raggiungo interdetto la zona piloti. "Che cazzo è successo?" mi chiedo,  prefigurando già di buttare quella batteria divenuta un pericolo. Arrivato al tavolo misuro la carica restante e vedo che all'1%.  
Insomma avevo consumato ogni singolo elettrone ancora disponibile.

Passa mezz'ora e condivido con gli amici del campo lo scampato pericolo. Poi, per curiosità, raggiungo la mia cassetta degli attrezzi e misuro la carica di ogni batteria. Con sorpresa noto che la numero 3 ha il 98% di carica. A quel punto era evidente che avevo preso la 4 due volte. Mi sono dato dell'imbecille per mezz'ora. Poi, però, ho lodato il mio sangue freddo che mi ha permesso (assieme ad una legittima botta di culo) di non far sfracellare Yusha. Oggi è andata bene...

domenica 17 agosto 2025

Via col vento

Ho sempre sostenuto che – se interpretato con la giusta sensibilità – l’aeromodellismo dinamico è una fonte inesauribile di insegnamenti. Un’ennesima prova l’ho avuta subito dopo Ferragosto. Tra un motivo e l’altro era già tempo che non andavo al campo e soprattutto era almeno tre settimane che non facevo volare Yusha. Per cui fremevo.

Dopo aver consultato almeno tre siti meteo, scelsi la giornata di sabato anziché domenica perché sulla carta il vento era più calmo. Così caricai tutte e quattro le mie batterie e mi recai al campo. Sapevo che alle 14 era previsto più vento ma almeno un paio di siti mi suggerivano che per le 16 sarebbe calato. Così scelsi di andare per le ore 15, una via di mezzo. Subito mi accorsi però che l’aria era molto più insidiosa di quanto avessi immaginato: tesa e per di più trasversale alla pista: cioè peggio di così non poteva essere. Tuttavia quel “miraggio” delle ore 16 mi incuteva una certa fiducia. Così mi misi tranquillamente seduto ad aspettare e a chiacchierare con un altro pilota che anche lui attendeva il momento propizio per decollare.

Arrivano le 16 ed il vento, invece che diminuire, aumenta. “Merda…” inizio ad imprecare tra me e me. Lo spettro di una giornata senza alcun volo si stava profilando, suscitando in me un senso di frustrazione. Così mi attacco al cellulare a consultare ogni possibile oracolo meteorologico. Ma ognuno mi dà risposte che non vorrei mai sentire. Solo uno mi suggerisce che alle 16 il vento passerà miracolosamente da 10 a 1 km all’ora per poi tornare a 10 alle ore 17. Penso subito che ci sia un errore. “Che fa, cala per un’ora e poi torna come prima? Forse quell’1 in realtà è un 11. Si saranno sbagliati”. Tuttavia mi aggrappo a quel barlume di speranza. “Fiducia Stefano, fiducia!” mi ripeto oltre ogni logica.

Alle 16,20 il vento inizia davvero a calare. Si riaccende la speranza. Sono combattuto: provare lo stesso nonostante le condizioni non siano il massimo, oppure lasciar perdere? La voglia di sconfiggere quella crescente frustrazione iniziava a scontrarsi con una vocina dentro che malignamente mi prospettava un rovinoso crash del modello. “Lascia stare… torna a casa col modello intero” mi diceva. “Fanculo…” rispondevo. “Io oggi VOGLIO volare”. Alle 16,45 il miracolo. Di botto il vento cala quasi a zero. In ritardo di 45 minuti sul previsto ma davvero scende probabilmente a 1 km all’ora.

Non perdo tempo. Sistemo la batteria e faccio decollare Yusha. Volo seppur senza fare nulla di straordinario, poi atterro. Tutto ok. Guardo costantemente la manica a vento. È ancora calma. Così non faccio nemmeno una sosta: sistemo una seconda batteria ed in un amen sono già in volo, come se non ci fosse un domani. Atterro un po’ lungo per via della brezza in coda, ma va bene lo stesso. Sono già contento. Due voli insperati!  

Il vento riprende vigore. Mi ha concesso davvero solo 20 minuti di tregua. Eppure, a valutare ogni scodinzolio della manica a vento, non è ancora forte. Uhmmm ho ancora due batterie turgide di energia. Che fare? Lo spettro “dell’ultimo volo”, quello che spesso si trasforma da opportunità ad incidente, mi si profila in mente. Ma decido di fottermene. “Only the brave”, solo i coraggiosi mi ripeto per darmi coraggio. Così innesto la terza batteria e decollo. Il vento cresce in maniera insidiosa. Non voglio sfidare il destino. In fondo sono già contento. Così a metà del tempo a disposizione decido di scendere. Atterro con uno stile non certo spettacolare ma senza danni. È andata! Mi si allarga un sorriso in faccia mentre stampo un bacio sulla naca* di Yusha.

Oggi ho imparato un’altra lezione: aspettare ed avere fiducia talvolta è la scelta più saggia e tale da regalarti nuove emozioni.


* (il muso, ndr)

martedì 5 agosto 2025

Un "lui" di troppo?

Capita anche questo... Sono al campo e mi godo la tranquillità di aver concluso senza problemi i miei voli. Al che indugio volentieri a chiacchierare con un signore che si è fermato a guardarci volare. È un tipo curioso e piacevole. Così il discorso si infittisce proprio sull'aeromodellismo. Lui mi fa una domanda tecnica. Darko (qui nella foto) sta dormicchiando accanto a me. Al che inizio a rispondere. Indico Darko e dico: "No, lui non ha i flap... li ha l'altro modello che ho" e proseguo indicando gli ampi alettoni che lo caratterizzano. Poi indugio a parlare del mio modello continuando a dire "lui ha questo", "lui sì comporta in volo così" ecc.
Solo tornando a casa, mezz'ora dopo, mi rendo conto che mi riferivo a Darko esattamente come se fosse un essere vivente. Come se fosse un animale domestico oppure persino un  figlio. Quel "lui" ripetuto era un lapsus.. avrei potuto usare altre espressioni. Invece... Al che mi sono messo a ridere da solo, dicendo: "Sei proprio da neuro...."

martedì 29 luglio 2025

Guida emotiva all'aeromodellismo

È con vero piacere che segnalo la pubblicazione del mio nuovo (e terzo) libro dedicato all'aeromodellismo. Un viaggio "dietro le quinte" alla scoperta di emozioni e sentimenti che animano questo meraviglioso hobby.  

Una "guida emozionale" come recita il sottotitolo, è un viaggio nei sentimenti e nelle emozioni che, in questo caso, caratterizzano l’aeromodellismo dinamico inteso come hobby praticato dagli appassionati. Questo libro - il terzo che dedico all'aeromodellismo dopo Voglia di volo (2019) e Fame d'aria (2021), entrambi disponibili su Amazon - riunisce e dà forma scritta a queste emozioni, in un viaggio ipotetico che parte dalle radici di questa passione per arrivare al momento in cui, da anziani, dovremo “appendere l’aeromodello al chiodo”.

Il libro lo trovi qui 




domenica 6 luglio 2025

Una breve storia d'amore

Questo è esattamente ciò che vedi durante il decollo. Tu, dietro il modello, e davanti un corridoio d’erba che sembra lunghissimo, da fare con una corsa forsennata (ma sapientemente calibrata) per poi graduare dolcemente le dita sul comando del “cabra” della radio per guadagnare il cielo. È uno dei due momenti più rischiosi (il secondo è l’atterraggio) ma anche dei più affascinanti: staccarti da terra, da tutto, dalle tue paure, dalle tue stanchezze, da ‘sto caldo che t’ammazza, per guadagnare il cielo, librarti come un  giovane aquilotto e per 5/6 minuti essere parte dell’aria pur nel confort e nella sicurezza dell’essere coi piedi per terra.  
Puoi fare mille decolli ma ognuno sarà diverso. Perché, in fondo, è l’inizio di una breve storia d’amore che nasce e poi dopo pochi minuti finisce quando, stanco ma gaio, il tuo modello terminerà la sua corsa dopo aver baciato il cielo.

venerdì 20 giugno 2025

Piccole storie di ordinario aeromodellismo

Piccole storie di ordinario aeromodellismo. Come questa….

In volo oggi
Complice l’arrivo del nuovo modello Yusha proprio il giorno del mio compleanno (il 31 dicembre) i mio buon vecchio Darko (nella foto) aveva fatto l’ultimo volo a inizio gennaio. Questo dopo almeno 8 anni di convivenza con me e centinaia di voli. Non era certo andato in pensione, però l’entusiasmo per il nuovo arrivato aveva fatto sì che appunto da gennaio abbia volato solo con Yusha. Col passare delle settimane mi ripetevo: “Accidenti, devo riprendere a far volare anche Darko”, perché vederlo fisso sopra il soffitto mi metteva tristezza. Però, essendo Darko un modello acrobatico ed essendomi abituato al più pacioso Yusha, per assurdo ho iniziato ad avere timore di riprenderlo in mano. Assurdo, perché era 8 anni che ci volavo, quindi lo conoscevo bene. Ma… niente… sono fatto così. Uscire dalla mia “comfort zone” è sempre difficile.


Passavano le settimane e trovavo sempre una scusa per scegliere Yusha piuttosto che Darko: “l’erba è alta”, “oggi c’è più vento”, “ oggi ho voglia di rilassarmi e basta” ecc. Scuse. Intanto sul povero Darko, come ho avuto modo di verificare ieri, si era posato un dito di polvere. Oggi invece, inaspettatamente mi si è offerta l’occasione di andare al campo. E subito ho pensato: “Ok porto Darko”.

Confesso che ieri, mentre mi organizzavo, mi è subito balzato in gola un groppo di paura. Però ho deciso che quello doveva essere il giorno. Così ho rivisto le procedure per cambiare modello sulla radio, e ho tirato giù dal soffitto il vecchietto giallo. Dovevo innanzitutto togliere sei mesi di polvere e poi verificare che i comandi fossero ok.

Come un guerriero deciso continuavo a ripetermi: “Ok la decisione è presa. Domani tocca a te volare”.

E così è stato. Pronte tre batterie, oggi mi sono immerso nel forno estivo del campo alle ore 14,00. Decollo senza pensarci. C’è un po’ di vento, mannaggia, ma io sono determinato. Darko si leva in volo e subito vira paurosamente a sinistra. Sembra uno zoppo. Non mi faccio prendere dal panico. Gestisco il volo matto tipo solista delle Frecce Tricolori e con buone dose di trim (1) gli aggiusto l'inclinazione dell’alettone. Darko si calma. Ora vola dritto, anche se il vento lo sente.
Seconda batteria. Darko si stacca da terra e si impenna come un cavallo imbizzarrito. “Merda… troppo cabra!” (2). D’altra parte devo tornare ad abituarmi al suo modo di volare. Correggo e mi salvo. Sudo ma sono contento. Vola. E bene.
Terza batteria. Decollo ok. Atterraggio ok. Perfetto. Si torna a casa. Con il sorriso riappendo Darko al soffitto. Sono certo che anche lui è contento. Alla prossima vecchietto!


(1) E' un comando sulla rado che permette certe regolazioni di volo 
(2) Cabrare vuol dire far sollevare il muso dell'aereo



domenica 2 febbraio 2025

Ad ognuno il suo nome

- "Ma tu dai sempre i nomi ai tuoi modelli. Perché?"
- "Perché per me non sono solo un misto di polistirolo ed elettronica. Dal momento in cui viene dalla sconfinata Cina (di fatto vengono tutti da lì) è come se quel modello, sì, proprio quello destinato a te, avesse un'anima che è diversa da quella della consegna successiva. Come un bambino che nasce pochi secondi dopo ma è diverso dal precedente. Sì, hanno un'anima se sai vederla, sentirla. E con quest'anima ci parli. Quel modello in volo ha un comportamento tutto suo, e devi imparare a conoscerlo e a rispettarlo. Perché come diceva il mio maestro di volo 'in fondo hanno sempre ragione loro'. Quindi non puoi domarli. Puoi conoscerli e rispettare il loro carattere. E, se va bene, se 'vi trovate', farli diventare tuoi amici per ore liete".

lunedì 20 gennaio 2025

Una dolce malattia

Questo è ciò che vediamo quando facciamo decollare i nostri aeromodelli dalla pista di Ceriano Laghetto. Uno spazio vuoto diviso tra terra e cielo che può essere un'autostrada (se ti senti sicuro) oppure un sentiero (se invece sei teso). Ma in ogni caso dopo poche decine di metri appartieni già all'aria e bene o male a terra ci dovrai tornare: da  eroe oppure da tapino, a seconda che tu riesca ad atterrare più o meno bene oppure con un rovinoso crash. Ma per 5, 6 minuti appartieni al cielo, alla libertà, al tuo desiderio comunque di sentirti pilota, anche solo di un modello in polistirolo. Ogni volo è diverso. Ogni decollo è diverso. Ogni atterraggio è diverso. Ne puoi fare ventimila, puoi volare da decenni ma sarà sempre così. Ed anche questa è la magia di questa dolce malattia che si chiama aeromodellismo.

giovedì 16 maggio 2024

Ciao Elio...

Il 4 giugno 2022 ci lasciava Elio Corongiu, storico presidente e fondatore del nostro Gruppo Modellisti Sportivi Ceriano Laghetto. All'avvicinarsi del secondo anniversario, gli dedico questa lettera...


Ti scrivo in una giornata di pioggia. Una di quelle che noi aeromodellisti odiamo, perché ci tiene lontani dal campo, ma che tuttavia ci serve per aggiustare o creare i nostri modelli. Pioveva anche nei giorni successivi al tuo funerale, mentre incollato alla finestra guardavo da casa mia il vuoto e lasciavo che la malinconia fosse il luogo più vicino dove restare accucciati.
Ti scrivo da lontano, da quel “piccolo mondo” che tu hai voluto, amato, curato e difeso sempre, talvolta come un buon pastore, altre come un mastino da gregge che non conosce vie di mezzo. E quel mondo c’è ancora: ferito, magari decimato, pervaso da tanto amore e qualche goccia di veleno, ma c’è ancora, insieme all’odore dell’erba tagliata e del vento che ci ha sempre accompagnato in ogni momento. Quello stesso vento che ora certamente cavalchi con la perizia del pilota di lungo corso, e dell’anima leggera che stai imparando ad essere.

Sai, maestro, ci sono due cose che mi sono rimaste impresse a fuoco nell’anima. La prima sono le tue ultime parole al telefono, pochi giorni prima del tuo ultimo decollo: ti chiesi se eri soddisfatto del lavoro fatto dal nuovo direttivo che avevo iniziato a presiedere. E tu, credo sorridendo, mi risposi: «State facendo un buon lavoro». Per me era come una medaglia, il suggello dato al testimone che passava di mano in mano. La certezza che stavamo seguendo il tuo sentiero, fatto di principi ed un profondo amore per questo gruppo di non più ragazzi che continua a divertirsi a volare.
La seconda è quel pomeriggio, poco dopo la tua scomparsa, quando un gruppo di noi si è riunita al campo: senza modelli, solo per ritrovarsi, per dividere con gli altri lo choc della notizia, lo smarrimento dell’aver perso comunque un punto di riferimento. C’era tristezza, sì, ma anche dolcezza, malinconia, e persino un pizzico di divertimento nel ricordare i tuoi atteggiamenti più burberi, rudi come una roccia sarda, ma sempre dettati da quel lago d’amore che ti inondava quel corpo minuto e segnato dal tempo.

Ti scrivo ora, in una giornata di pioggia, mentre la mia bestiola volante dormicchia proprio sopra la mia testa. Perché domani tornerà il sole. Domani si tornerà al campo, su quell’erba che conosce ogni cellula di te. Perché domani voleremo come in un prepotente inno alla vita. E domani rideremo ancora, talvolta ci si righerà il viso di una lacrima, ma sempre sfideremo le entità di quel posto sperduto nella campagna brianzola, sognandoci Icaro ma tanto terreni ed umani da ammettere, ancora una volta, che ci manchi.  


sabato 4 maggio 2024

Giocare è una cosa seria

Non più tardi dell’altro giorno scrivo un messaggio ad un amico aeromodellista dicendo: “Ma si può, a pochi mesi di distanza dai 60 anni, comprare un carrarmato radiocomandato?”, aggiungendoci una faccina sorridente. Per tutta risposta ricevo una sfilza di faccine che ridono e una frase: “ Tutto è possibile. Siamo adulti ma per fortuna anche bambini”.

In questa risposta sta uno dei concetti tipici probabilmente non soltanto di quest’epoca, ma anche assolutamente comune al modo di pensare di molti: il gioco è prerogativa dei bambini, perché gli adulti non giocano. E se lo fanno, vuol dire che tornano idealmente in quella dimensione (l’essere bambini) in cui appunto il gioco è permesso e socialmente accettato. Ovvero: coscientemente, abbandonano il loro status di persone cresciute, e giocano a fare i bambini, come una sorta di gioco di ruolo tuttavia regolato da tempi e modalità precise.

Già nel mio libro Voglia di volo (3ª edizione Amazon, 2019) ho detto che praticare l’aeromodellismo rompe questo schema mentale. Ci ritorno oggi perché il caso è diverso.

Molti psichiatri (tra cui il noto Raffaele Morelli di «Riza Psicosomatica») da anni ripetono che il cervello ha bisogno di giocare: di ricevere stimoli sempre nuovi, ad esempio quelli derivanti dal “far finta che piloti un carrarmato” per restare giovane. Ed è un concetto facilmente comprensibile: la routine, la vita priva di stimoli, il disinteresse per emozioni nuove di fatto invecchia il nostro cervello; lo relega ad un ripetersi di azioni che inibiscono il formarsi di nuovi schemi mentali, e quindi anche di sinapsi[1]. Ma, allora, perché un adulto non può giocare? E, attenzione, non mi riferisco al gioco “istituzionalizzato” come ad esempio il gioco-sport (tennis, calcio ecc.) oppure il gioco apparentemente più “maturo” (come possono essere quelli di carte o i giochi di ruolo da tavolo). Perché molti di noi si schiferebbero a vedere un sessantenne giocare a soldatini (attenzione anche qui: da solo, non per far divertire dei bambini) e subito lo boccerebbero come immaturo? E perché (quando ancora si compravano i giocattoli in negozio e non on line) molti adulti si mascheravano dietro alla bugia “è per mio nipote…” quando invece quella macchinina formidabile era invece per lui? Perché, insomma, il giocattolo deve essere considerato unicamente prerogativa del bambino (fino una certa età) e non dell’adulto?

Perché sul giocattolo esistono pregiudizi nati da una sciocca morale sociale e duri a morire. Ad esempio ricordo che tantissimi anni fa, nel fare una serie di servizi per un giornale locale, chiesi ad una neuropsichiatra infantile: “Ma la distinzione rosa/azzurro per distinguere i giocattoli per femmine e maschi, ha ragion d’essere?”. La risposta fu perentoria: “Assolutamente no. È solo una convenzione per i genitori”.
Ma anche perché il giocattolo è stato spogliato della sua formidabile valenza non soltanto educativa, ma anche fisiologica (quella insomma di nutrire il cervello): i famosi giocattoli educativi di una nota marca italiana, sono un “non senso”, perché il giocattolo (fosse anche solo un pezzo di legno colorato a mo’ di mitra,  fucile, o bastone magico) è esso stesso educativo.  Il giocattolo stimola difatti la fantasia, la nutre, ci porta ad interpretare ruoli come il pilota, il soldato, l’eroe, il marinaio ecc. che sono una manna per le nostre sinapsi, per le nostre emozioni e per mettere alla prova la nostra personalità.
In conclusione: schiacciati da questi pregiudizi ormai cronici, gli adulti “sani di mente e giocosi” provano una sorta di “vergogna sociale” a giocare fuori dagli schemi concessi dal vedere comune. Allora giocano nella solitudine della loro abitazione (lontano da possibili sguardi severi) oppure spesso si ghettizzano in gruppi di pari (ad esempio il gruppo di uomini che gioca a fare la guerra simulata, oppure rievoca epoche passate come il Medioevo o il tempo dei Romani), perché lì sanno che trovano comprensione e solidarietà.

La prossima volta che vedete un adulto giocare, allora, vi prego: prima di tacciarlo immediatamente – e senza appello - come un eterno Peter Pan o un immaturo, scambiateci due parole: magari è una persona intellettualmente meravigliosa, che ha solo una sana voglia di giocare, e non necessariamente perché “resta un bambino”.

Ah… dimenticavo… il carrarmato è già stato spedito dalla Cina e non vedo l’ora che arrivi… :-)



[1] Connessione funzionale tra due cellule nervose

venerdì 23 febbraio 2024

I nostri "primi 50 anni"

I
l nostro Gruppo compie 50 anni. Anzi, qualcuno in più. Ecco infatti cosa scrissi in un articolo pubblicato sul Giornale Comunale di Ceriano Laghetto nell’aprile 2019:

«Quello che può essere considerato il nocciolo iniziale del GMS nasce nel 1972, quando un piccolo gruppo di amici decide di associarsi, prendendo sede a Saronno e iscrizione all’Aeroclub d’Italia. Racconta a proposito Elio Corongiu, classe 1939, co-fondatore e attuale presidente: “Tra questi ci sono amici ora scomparsi, come i fratelli Aldo e Bruno Viotti, e Cesare Verga”. Un manipolo di pionieri dunque, a mezzo tra “artigiani della volatilità” e novelli Barone Rosso, alle prese con le sole scatole di montaggio allora esistenti».

I nostri “primi 50 anni” sono stati caratterizzati da tanto entusiasmo ma anche, come una vera e propria “relazione” anche da momenti non facili. Ma l’importante è sempre guardare in avanti, non dimenticando tuttavia il passato. Anzi. Questo passato è da rispettare e festeggiare, perché se oggi siamo ancora qui a far volare i nostri modelli, è perché il Gruppo ha retto anche gli “inverni della vita”. Inverni che purtroppo hanno visto scomparire pedine fondamentali, tra cui proprio il compianto Elio Corongiu nel 2022.

Da presidente che sente tutto l’onore più che l’ònere di presiedere questo Gruppo, non posso che aderire e condividere a pieno ciò che scrisse il sociologo Francesco Alberoni vent’anni fa: “Il leader  è, prima di tutto, il custode della meta, colui che ricorda e indica a tutti dove si deve andare, e controllare che la rotta venga tenuta” (da L’arte del comando, 2002). Ecco. Il mio obiettivo e proprio “custodire la meta”, che poi non è altro che alimentare continuamente le energie di questo Gruppo. Per farlo guardo al passato e al futuro: al primo dico “grazie”; al secondo dico: “arriviamo!”.