sabato 2 gennaio 2021
Obiettivo raggiunto
venerdì 18 dicembre 2020
Un numero col quale fare i conti
Giovedì 17 dicembre. In piena emergenza Coronavirus anche a noi aeromodellisti è stata concessa una tregua: pochi giorni di Regione in “zona gialla”; ciò vuol dire potersi spostare tra Comuni. Che per noi significa una sola cosa: poter raggiungere il campo per altri voli.
Oggi è una tipica giornata invernale: il cielo è coperto, c’è umidità peggio di una cantina, la temperatura non supera i 9 gradi. Eppure... eccoci qua, in mezzo al bosco, infagottati, con le mani fredde, e i nostri pochi modelli schierati come stoccafissi a fianco della rete di protezione (molti piloti sono invece “stagionali”, ovvero declinano l’invito a volare d’inverno perché il freddo li fa desistere).
Dopo circa un mese di stop forzato, già pochi giorni fa (poche ore
dopo il “via libera” governativo) avevo fatto tre voli, ma questa volta con il
mio vecchio aereo-scuola. Meno reattivo, e più adatto ad un terreno comunque
reso pesante dalla stagione. Ora è invece il turno di Darko, per una sorta di
democrazia del volo per cui devi dare una possibilità di librarsi nell’aria a
tutto ciò che hai e che può volare. Il tempo non è dei migliori, ma tant’è. Devo
fare i conti con il lockdown, con gli impegni pre-natalizi, con la pioggia, il
vento, la nebbia ecc. Quindi carico le mie consuete tre batterie e guadagno la
pista che sembra immersa nella brughiera inglese dei film in bianco e nero.
Primo volo ok. Le mani sanno ancora pilotare e Darko, salvo qualche
colpo di trim per regolare i piani di volo, fila liscio. Anzi, mi sembra più
veloce del solito, ma probabilmente si tratta solo di un’illusione data dal
tempo passato dall’ultimo decollo. Poi un secondo volo. Il vento mi fa i
dispetti: un po’ teso (per altri invece è una semplice brezza) e per giunta
trasversale alla pista. Condizioni che un tempo mi avrebbero fatto restare a
terra. Ma io me ne frego. Decollo, tra ampie zone umide di pista. Ritrovo così
anche le figure che invece il mio aereo-scuola lunedì aveva fatto da bradipo
(quali il tonneau). Ma è ora di
scendere. Il vento si sente. Darko si scuote come se volesse eliminare da sé
una pulce. Ma per giunta sembra non voler più scendere, dato che punta spesso
il muso in aria. No. Non è una questione di cabra,
semmai del vento sotto le ali.
“Porca miseria”, mi dico tra me e me (per dirla eufemisticamente; in realtà
uso espressioni da far impallidire un marinaio). Accenno alla procedura d’atterraggio.
Togli motore, vira, controlla la caduta di quota... e... “mio Dio... sembra
quasi stallare”. In pochi decimi di secondo capisco che il crash è dietro l’angolo.
E passare un Natale con il modello rotto... no... non è il caso. Per giunta
oggi è il 17. Non che creda molto nella scaramanzia, però...
Ridò motore. Darko reagisce come chi si sveglia durante un sonno
profondo: cioè riprende quota, ma assonnato e stordito. Viro nuovamente. La
batteria sarà ormai al limite. Ho solo questa possibilità. Scendo. Darko
barcolla, sembra appeso ad un filo, una lama sottile tra vento e stallo. Poi per grazia
di Dio poggia i ruotini a terra e corre tra l’umido della terra fino a
fermarsi.
Lo prendo e raggiungo il mio giovane collega di volo e freddo dicendo
in maniera quasi imperturbabile: «Cavolo se lo sente il vento...». Sembro John
Wayne che dice: «Ci sono 300 indiani e noi siamo in tre, ma poco importa». In
realtà accendo un cero virtuale per l’atterraggio riuscito.
Sento più freddo del solito. Sarà l’età, eppure ci sono “solo” 9 gradi.
Ho volato anche con 4 gradi, ma oggi sento la brughiera sotto pelle, nelle
ossa.
Ho una terza batteria, che scalpita d’energia. Ma... oggi fa freddo;
oggi è il 17; Darko sente il vento. Che fare? Quasi quasi mi accontento. Perché
rischiare di passare un Natale col modello rotto? E alla fine decido. Mi fermo.
A volte ci vuole coraggio anche a dire “stop”.
Dopo due ore risalgo in macchina, mentre il mio giovane collega
calcola i minuti di luce rimanenti e fa di nuovo il pieno di miscela al suo
modello. In questa sorta di bulimia di volo, c’è anche spazio per la misura,
per una razionale decisione di dire: “Ok, per oggi è sufficiente”. In fondo,
oggi è anche il 17. Non che ci creda, però...
venerdì 6 novembre 2020
Volare al tempo del lockdown
La notizia arriva a sera tanto inattesa quanto gradita: il secondo
lockdown, la famigerata chiusura di tutto dovuta al virus Covid 19, è stata
posticipata d’un giorno. Dunque vengono regalate ancora 24 ore di libertà. E dire che io ero già entrato
in “modalità rassegnazione”: pochi giorni fa avevo fatto quelli che consideravo
gli ultimi voli. Le batterie erano in storage (1).
Il modello sotto il suo sudario di nylon. Invece...
Non perdo tempo: decido. Domani pomeriggio volerò ancora. Così non guardo
neanche il meteo: carico le batterie e mi predispongo mentalmente ad una
proroga della mia voglia di volo. Non sono l’unico. Un amico scrive su Whatsapp:
«Domani si vola, anche se piove». E infatti...
Arrivo al campo, ancora una volta col mio fedele Darko. Poche ore
prima mi era arrivato un altro messaggio altrettanto gradito: l’erba della
pista è stata appena tagliata. Ciò vuol dire che mi troverò di fronte ad un “tavolo
da bigliardo verde”. Fantastico e inatteso anche questo. “Altrimenti tra un
mese diventa impossibile tagliare”, è la spiegazione ufficiale. Perfetto. Non
ci avevo pensato.
Immaginavo di essere in due. Invece mi trovo almeno sei amici. Tutti
hanno avuto la stessa idea. Addirittura, però, metà di loro non ha nemmeno il
modello con sé. “Volevo semplicemente respirare ancora un po’ d’aria”, commenta uno di
loro. E credo sia lo stesso pensiero degli altri. La giornata è splendida anche
per il sole che bacia tutti come un amico molto espansivo.
Non perdo tempo, quasi a voler succhiare ogni secondo disponibile.
Primo volo: perfetto. La pista tagliata fa scivolare Darko come se fossi un
pilota eccezionale. Secondo volo. Perfetto anch’esso. È passata solo un’ora, e
io mi sentirei già soddisfatto. Anche perché il sole ha ceduto il posto alle
nuvole e all’umidità. Quasi un cambio metaforico oltre che metereologico. Eppure ho una terza e ultima
batteria. Di nuovo i fantasmi della mente: “Fermati! Ritieniti già soddisfatto...”. Ma io
me ne frego. Decollo, volo e faccio numeri. Bravo Darko! Gli mollo un bacio
sulla capottina. Oggi è filato tutto liscio.
Scherzo con un collega. “Mi porto a casa una zolla d’erba da annusare”,
dice ridendo. Ed io spalanco gli occhi e
le narici quasi a voler scattare una fotografia sensoriale di quello che sto
per lasciare. Per un mese, forse. È calata l’umidità, sotto un cielo coperto di
nubi. Sono passate solo due ore. Fa buio presto. Qualcuno inizia a smontare. Io
ricovero tutto in macchina, per evitare i danni di questo clima autunnale, tra
foglie color fuoco ed una pista tagliata di fresco.
Restiamo ora in tre. Uno smonta il suo bestione da oltre 15 kg. Io
raccolgo le ultime cose. Il terzo si concede un ultimo volo malinconico. È lo
stesso collega che avrebbe volato anche sotto la pioggia.
Ed è strano guardare il campo con questi occhi assorbenti. Scatto
immagini, con gli occhi. Con il cellulare. Con la pelle. In fondo sarà solo un
mese di stop forzato, eppure... cresce la malinconia. La stessa che mi segue in
macchina, mentre ripercorro lo sterrato verso la strada. Ma sorrido lo stesso,
per quei tre voli regalati e per giunta perfetti.
Arrivederci a presto... coccolerò queste emozioni per giorni interi.
Cercando di scaldare la mia voglia di volo.
(1) Funzione di "immagazzinamento" per preservarne la funzionalità
martedì 8 settembre 2020
Io e il mio modello...
Io e il mio modello stiamo
crescendo assieme. Ogni tanto mi fermo a guardarlo: le sue cicatrici di colla
sono come le mie rughe sul viso: ad ognuna puoi collegarci una difficoltà, una
caduta, un “crash” dell’anima; le scoloriture della livrea sono come la mia
pelle meno elastica d’un tempo, dove il tempo ha disegnato mosaici di pori in
una infinita tessitura di righe; il suo carrello rafforzato da nastro adesivo,
dà il segno di tonfi poco gentili, di stalli del cuore, di infide mancanze d’aria
e di ritorni repentini alla realtà della pianura.Io e il mio modello stiamo invecchiando insieme. Per puro calcolo anagrafico, non certo emotivo. E lo vedo, stagliarsi gagliardo nella canicola di quest’estate così strana, rubare spazio agli uccelli in volo, ripetere manovre fatte mille volte eppure diverse ogni volta. E quando scivola nell'aria, penso sempre al ritorno. Un po’ come un tempo saliva l’angoscia del tornare a casa dopo un week-end fuori porta. Il ritorno del quotidiano, la fine dell’eccezione. Anche per lui l’aria è il suo elemento, non certo la terra. È nato per questo. Le ali sono la sua dimensione d’anima. Le ruote del carrello, invece, solo le gambe necessarie a vivere anche il quotidiano, fatto di lunghe soste, rincorse sull'erba e la sensazione dell’aria che ci scivola sopra quasi giocasse.
Penso al ritorno, sì. E il tempo dell’aria è come quello della gioia: sembra sempre avaro, troppo corto, fatto d’attimi concessi tra lunghe pause dove cammini coi piedi ben per terra.
L’ultima virata la si fa a mezzo motore. A mezzo fiato. Come chi non ha voglia di tornare e allora s’allunga nell'attesa. Dilata il secondo. Lento scivola, perde quota quasi giocasse a schiantarsi, ma poi lo riprendi, e come un albatro allarga le ali, allunga il carrello e corre nell'erba fino a fermarsi.
La batteria è calda come un cuore che ha corso tanto. Ed io sono il medico che gli stacca l’energia vitale. E gli concede riposo. Dentro i cavi allora la tensione sfuma. Il motore si raffredda. Tutto torna alla normalità dell’attesa.
Io e il mio modello ci fidiamo uno dell’altro. Ciascuno rattoppato alla meno peggio. Ciascuno con i suoi guai. I suoi sogni. I suoi bisogni d’aria. E di un punto, alto, dove poter guardare e vedere una volta tanto tutto serenamente piccolo. Innocuo.
E verrà il giorno in cui anche lui dirà basta: lo farà rompendo un servo, smusando nell'erba, impazzendo in volo. E allora vorrà dire che è arrivato il momento della sosta; e della quiete conquistata in ore d’aria e di caldo. Del poterlo guardare, magari sotto un telo, riposare in pace. Come un amico a cui non dai l'addio. Semmai un arrivederci.
lunedì 3 agosto 2020
Un gesto antico
lunedì 20 luglio 2020
Vento di emozioni
domenica 19 luglio 2020
L'atterraggio
mercoledì 3 giugno 2020
E ora si va alla conquista del mondo...
sabato 4 gennaio 2020
La "solaltitudine"
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| Pronti al decollo... |
Come d’abitudine ho già lanciato un “messaggio in bottiglia” su WhatsApp: “Oggi sono al campo. Qualcuno mi segue?”. Ma stranamente non ho ricevuto risposta. Poco male. È già capitato che comunque qualcuno lo trovi lo stesso. Invece no. L’area è deserta, nonostante l’ora propizia. Due, forse tre ore di luce da sfruttare, prima che cali il freddo vero a dispetto degli 8 gradi che fa segnare ora il termometro.
L’ho fatto altre volte, in piena estate. Anche se non amo volare da solo. L’incidente, anche banale, può diventare severo se non c’è alcun appoggio. Però l’ho già fatto e piglio il tutto come una sfida, tacendo la solita vocina che mi suggerisce maligna di lasciar perdere. Di rimandare. “Il primo volo della stagione... che peccato!”.
Posiziono Darko nel consueto punto di decollo e parto. I primi giri sono pacati, quasi di prova. Poi inserisco le solite figure che faccio: loop, tonneau, percorsi a "8" e così via. Tutto fila liscio. Atterro, quasi impeccabile. E tiro un sospiro di sollievo. Così mi rilasso sulla seggiola. Guardo il cellulare, l’orizzonte ma... nulla. Ormai se non è venuto ancora nessuno, è segno evidente che sarò da solo.
martedì 24 dicembre 2019
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Questa terza edizione, caratterizzata da una nuova copertina ed un nuovo layout, rappresenta pertanto un'edizione aggiornata e integrata rispetto a quelle (in totale due) finora pubblicate.
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